Altro che Greta Thunberg, l’unica capace di salvare il mondo è Jlo

Tutti ecologisti.

Tutti amici dell’ambiente, tutti ecofriendly, animalefriendly, marefriendly, laqualunquefriendly. Ma siamo onesti, se non fosse stato per lei, Greta Thunberg, la ragazzina tutta trecce e con gli occhi capaci di ipnotizzarci e inculcarci un po’ di sale in zucca, il 2019 di certo non sarebbe stato ricordato per questa folle corsa al grido “salviamo il mondo!”

Le sarò sempre grata perché è grazie a lei che finalmente è arrivato alla ribalta e sulle bocche di tutti, un tema di fondamentale importanza quale è quello della salvaguardia ambientale.

La tutela dell’ambiente è un tema che investe ogni più piccolo aspetto delle nostre vite. Dall’utilizzo di stoviglie, all’uso moderato di acqua (che non significa lavarvi di meno, ma di chiudere il rubinetto mentre sputate il dentifricio!), borse rigide per la spesa, evitare gli sprechi alimentari, all’uso di saponette invece di saponi liquidi e i loro packaging in plastica. C’è un altro aspetto della tutela ambientale che magari in molti di noi non prendono in considerazione, che è quello della moda.

Eh già, voi mi direte cosa c’entra la moda in tutto questo? E invece c’entra eccome, e ricopre anche un aspetto fondamentale. L’industria della moda è al secondo posto, dopo quella petrolifera, nell’inquinamento ambientale. Dietro ogni capo che popola i nostri armadi c’è una filiera incredibile, e ogni volta che davanti allo specchio analizziamo quanto stretta ci va questa o quella maglietta (e andiamo giù di pippe mentali e fantomatiche diete che cominceranno in un lunedì imprecisato), non riflettiamo sul fatto che dietro una semplice t-shirt ci sono litri e litri di acqua consumata (circa 2700), prodotti chimici, energia elettrica, scarti industriali, residui solidi e tanto altro ancora, senza contare imballaggio e trasporto.

Quindi il consiglio è quello di comprare meno e meglio. Ridurre i consumi. Evitare di comprare capi di bassa qualità con durata limitata nel tempo che verranno gettati, magari a fine stagione. Lavare meno (solo quando è realmente necessario). Stare più attenti a ciò che si decide di acquistare, puntare sulla versatilità, sul riutilizzo, su materiali capaci di durare nel tempo. Puntare al vintage. Al vintage e all’unicità che ne deriva, smettiamola di essere tutte Lisa Simpson nel suo little red dress e perle. Distinguersi, diventare riconoscibili, in fin dei conti dagli Amish a Malgioglio è un attimo. Sì, il vintage, perché tra i modi per essere vicini all’ambiente con la moda c’è anche quella di riscoprire il passato, di vagare tra tessuti di una qualità che ormai è andata persa, tra pezzi unici, pezzi di storia.

Nelle grandi città è un fenomeno consolidato ormai da anni, ma nei piccoli paesi di provincia è ancora un qualcosa a cui si guarda storcendo il naso. Ma il vintage è moda, e quindi stanno nascendo come funghi, negozi, mercatini e app dedicate, basta fare una piccola ricerca sui social e sicuramente apparirà come per magia qualche fungo anche nei dintorni di casa vostra. In questo, i social ci sono di grande aiuto, come in ogni altra cosa, direi. L’universo social(e) è un calderone pieno zeppo di meraviglie (circondato da roba per niente meravigliosa: Tinder docet!) che ci dà la possibilità di conoscere mondi inesplorati. Nel mio vagare (quelle cose che si fanno durante la pausa pipì) mi sono spesso ritrovata “tra le mani” chicche davvero preziose. Non starò qui a parlare di brand altisonanti, le passerelle di Milano hanno già sviscerato e mostrato tutto il mostrabile, diciamo che il colore “verde” è stato il colore di punta di quest’anno e si spera anche di quelli a venire. Però spesso, ecosostenibilità non fa rima con economico, ed è per questo che la moda che avanza è quella low cost, quella prodotta in serie, quella in cui siamo tutti manichini, tutte comparse in questo film chiamato vita.

E se i brand più all’avanguardia, per quanto riguarda un futuro sostenibile, sono quelli del lusso, tutti i grandi marchi, infatti, si sono posti obiettivi da raggiungere tra il lungo e il breve periodo, obiettivi che vanno dalle riduzioni di emissioni gas serra, alla riduzione del packaging, alla produzione di tessuti innovativi, interamente composti da fibre vegetali (scarti alimentari, funghi e tanto altro) che puntano all’impatto zero essendo loro completamente biodegradabili.

Ma ci sono belle realtà anche nel mondo fast fashion, H&M, per esempio, è proiettata verso il green, punta entro un decennio a ridurre del 40% le emissioni di gas serra, e già entro il prossimo anno punta a raggiungere quota 100 per quanto riguarda l’utilizzo di cotone biologico, oltre poi alla collezione Conscious realizzata interamente con cotone riciclato. Ma ci sono scappatoie, alternative, app capaci di dirti se il marchio che stai per acquistare ha una coscienza oppure no, oppure ci sono i social, i blog e Giulia Torelli con il suo Rock&fiocc è ciò che vi serve per abbandonare le vesti (anonime) di comparsa e diventare protagonisti delle vostre vite (o del vostro guardaroba) in maniera coscienziosa però! Da quando l’ho scoperta (fa tanto Pippo Baudo questa cosa) grazie al suggerimento di un’amica, Giulia è diventata il mio guru personale su la qualunque, visto che spazia dalla moda agli elettrodomestici con la grazia di una ballerina in equilibrio sulle punte e in tutù (rigorosamente rosa).

Quindi per avere le dritte giuste sui brand più attenti alla salute del nostro amato pianeta, sui tessuti da acquistare (quelli con le percentuali come Dio comanda), sul modo in cui smaltire correttamente gli abiti smessi, quelli che non possono essere rivenduti su siti come Depop e Vestiere (sì, perché i vestiti che non si mettono più non vanno eliminati dalla faccia della terra e buttati in un inceneritore come se fossero quelle perle dei vostri ex, no, i vestiti ancora in buone condizioni hanno bisogno di una nuova vita, e di una nuova casa) ma anche su cosa fare o non fare tra Milano e ovunque (perché Giulia è ovunque), affidatevi alle sue mani. Lei parla di tutto, meglio e molto più approfonditamente di me, quindi seguitela, ma soprattutto seguite i suoi consigli, perché anche grazie alla moda, possiamo sperare in un mondo migliore.

Oltre alla moda, quella che fa tanto o poco rumore, oltre ai mercatini, oltre alle app, oltre a Giulia, c’è un’altra meraviglia scovata su Instagram di cui voglio parlarvi: Samanta e il suo umpalumpa.craft. Lei che si è definita figlia di un’ecologista dei tempi in cui l’ecologia non era ancora di moda, è un’artista che esprime la sua arte tra meravigliose fasce per capelli e salviettine struccabili lavabili, sì, avete capito bene, salviettine riutilizzabili, lavabili in lavatrice, perché l’amore per la nostra Terra passa anche per il mascara colato (boystearsdamages)!Perché alla fine di un processo creativo, basta un po’ di buon senso per trasformare scampoli di tessuto da rifiuto a un pezzo unico capace di dare luce e colore alle nostre vite (magari sotto forma di orecchini o scruncies!). Moda e ambiente, un andare di pari passi a cui molti di noi (me compresa) non avevano mai pensato. E adesso che la Milano fashion week riecheggia nelle nostre menti come fosse un eco lontano, è come se tutti fossimo ancora abbagliati dai flash e dai tacchi a spillo che risuonano ovunque. È terminata da poco anche la conferenza Onu sul clima e, questo connubio, apparentemente poco riuscito, ha creato un mix perfetto nella mia mente. Perché se la MFW ha viaggiato sotto il segno della sostenibilità, con Livia Firth che si è fatta madrina della rivoluzione green che sta coinvolgendo l’intera industria della moda, le teorie più assurde e disparate, un misto tra la leggenda di Dracula e i dibattiti su quale sia il profilo migliore di Mark Caltagirone, invece, sono state dette sulla sedicenne (per alcuni, sedicente) Greta Thunberg. Dalla marionetta manovrata dalle sapienti mani di chissà quale Mastro Geppetto, ai “gretini” che davvero mi hanno fatto cascare le braccia, a quelli che gridano al lupo, e quegli altri che spendono il loro tempo a trastullarsi tra meme e sottigliezze varie, quelli che preferiscono fare battute goliardiche su un occhio più sbarrato del normale, quelli che, insomma, non vedono al di là del proprio naso.

Spero soltanto che tra una grattata di chiappe/panza (a voi la scelta) e uno scaccolamento di naso (che schifo! Bleah! Ma è inutile che fate i tipi! Io VI VEDO mentre ve ne state fermi in mezzo al traffico e addentrate indici come se fossero speleologi in una grotta inesplorata! Figuriamoci se non lo fate mentre ve ne state sul divano vista Facebook!). Dicevo, spero soltanto che tra una “distrazione” e l’altra arrivi anche qualche input sulle buone maniere da tenere quando si tratta di salvaguardare il nostro pianeta. Al prossimo che mi chiede perché raccolgo spazzatura non “prodotta” da me, prima lo riutilizzo come “portaciccheumano” e poi gli spiego che sui rifiuti magari non c’è scritto il mio nome, ma la terra su cui cammino la sento mia, e farò tutto il possibile, non dico per proteggerla, ma almeno per non lasciare la mia impronta in questo disastro che si sta compiendo davanti ai nostri occhi, come un incidente inevitabile.

Io, voglia di restare inerme non ne ho.

Quindi, visto che sono fermamente convinta che l’ironia salverà il mondo, confido in qualche meme sui “gretini” per smuovere qualche coscienza, perché vi confido un segreto: io, l’unica cosa che ricorderò di tutto questo ambaradan che si è scatenato in questi giorni, tra conferenze Onu e Milano fashion week, dove si è spaziato tra caccia alle streghe per qualunque cosa non riporti la dicitura “eco” o “bio” e similari, Greta, Trump, moda sostenibile e balle varie, saranno i complessi che mi sono venuti dopo aver visto la sfilata di Versace e la figaggine fatta persona, sua altezza Jennifer Lopez che a 50 anni suonati ha asfaltato tutto e tutti. Perché se la “divina” in 30 secondi di camminata della vergogna (la mia e di tutte le donne dotate di cellulite) è stata capace di farmi cadere la mascella nel pacco di patatine (finito per metà) pacco che è stato lanciato via, lontano da me, come se fosse una palla avvelenata all’asilo, mentre le mani eliminavo gli indizi (le briciole gusto lime e pepe rosa) da mento e maglietta, è in quel momento lì, mentre sogni un prossimo futuro fatto di insalata e squat, che capisci che, altro che Greta Thunberg, l’unica capace di salvare il mondo è Jlo.

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