The politician: un puzzle composto da pezzi di altri puzzle

Leggo sul web che era questione di tempo prima che la mente geniale di Ryan Murphy sfornasse qualcosa come questa serie tv. Forse perché nessuno è perfetto, nonostante le serie precedenti abbiano inculcato in noi una sorta di infallibilità del suo genio creativo. Che fosse una serie a stampo medico, un horror antologico, un’esaltata universitaria di nome Chanel o una caterva di strambi liceali alle prese con drammi adolescenziali e gare di cori a cappella, Ryan riusciva a ottenere un filone narrativo ordinato e pulito. Beh, non questa volta.

The politician è tutto ciò che a Murphy sta a cuore, ma non sempre mischiare tutti gli ingredienti dello scaffale è un’ottima idea. A volte la miscela esplode, parola di chimico! E questa serie è esplosa come fuochi d’artificio fatti di colori pastello in un design che è una delle poche note positive che riesco a attribuirgli.

Payton (Ben Platt, stella di Broadway dal talento stratosferico) è il protagonista indiscusso di questo marasma politico che ha debuttato sulla piattaforma Netflix il 27 settembre. Quello del ragazzo non è un semplice sogno, bensì una radicata convinzione: un giorno arriverà alla Casa Bianca, poco importa in che modo.

Il piano è semplice: vincere le elezioni del consiglio studentesco, entrare ad Harvard e diventare presidente degli Stati Uniti. Cosa potrebbe mai andare storto, a parte ogni cosa?

La sete di potere di Payton è sostenuta da un malsano amore materno da parte della madre adottiva (Gwyneth Paltrow, non nuova in una Murphy’s serie), disposta a fare di tutto per lui e la sua vittoria, anche perdendo se stessa e una morale che possiede a fasi alterne.

La vita di Payton è tutta qui, nel suo obiettivo. Non esiste altro durante le elezioni studentesche e ce lo dice lui stesso, parlando col fantasma del ragazzo di cui è (probabilmente) innamorato:

– Non è quello che fai tu, aiutare le persone anche se rischi di farti male?

– No, io le aiuto per il mio tornaconto. Alimento così il mio ego, mentre vado alla ricerca di potere.

– Sei un politico.

– Ho paura di non essere altro.

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Ah, e se volete sapere come sprecare talenti poliedrici, chiedete consiglio ai produttori. Domandategli a cosa diamine pensassero mentre scrivevano i ruoli per Jessica Lange e Zoey Deutch, per favore! La nonna pazza e la nipote ingenua (sembra cancro, ma non è!) descrivono uno squilibrato nucleo familiare e, nonostante l’impegno, c’entrano ben poco nella storia di Payton. Per intenderci, la sua campagna sarebbe andata malissimo comunque, anche senza la falsa invalida. L’unico scopo era farci capire come intortare il sistema, credo. In ogni caso, decisamente troppo! Sembra una comedy a sé.

The politician è un puzzle fatto da pezzi di altri puzzle: un po’ di Glee; un po’ di American Crime Story; un po’, perché no, di American Horror Story e Scream Queens.

Che sia un prodotto confusionario è ormai appurato, ma c’è qualcosa che mi porta a pensare sia stato fatto con criterio. Alla fine, è come la politica: meravigliosa fuori, ricca di sorrisi e colori sgargianti, ma incoerente e spaventosa se diamo uno sguardo all’interno. Ciò non vuol dire che il risultato sia buono!

Questa serie però non è solo una Babele. The politician ha qualche lato positivo (è pur sempre una serie di Murphy, Falchuk e Brennan): così come nel glee club, anche qui siamo tutti uguali. È normale se Payton è un adolescente sessualmente confuso. È normale che una donna ami una donna e un uomo ami un uomo. La parola d’ordine è essere se stessi. Il tutto contornato da una spettacolare fotografia e un set accecante, ma vivace e allegro. Di nuovo, come la politica: bello fuori e fuori soltanto.

In conclusione, mi sento di dire che The Politician non è un capolavoro. Inserire con forza tante tematiche non rende la storia avvincente, fa perdere solo il fulcro della stessa. Trattare temi come il suicidio, il tentato omicidio, un nucleo familiare scomposto, la falsa invalidità per ottenere privilegi, l’identità di genere, il marcio della politica e delle istituzioni (scolastiche e non), inserendo qualche canzoncina random che non guasta mai, è nobile, ma troppo per sole otto puntate e per un telefilm centrato su un unico individuo.

Nonostante ciò, i produttori sono sicuramente convinti di aver fatto un buon lavoro e di ottenere una seconda stagione. Perché? Perché il finale è più aperto del cratere di un vulcano! Sapremo mai se Payton riuscirà nella sua nuova missione? A Netflix l’ardua sentenza.