E tu, invece, di che colore ti senti?

Teresa Bellanova, una donna in bilico tra lo chiffon e i calli tra le dita.

Protagonista di assurde disquisizioni, meme infiniti, parodie su parodie e discorsi no sense, il tutto sulla base di un abito: quello che ha indossato nel giorno del giuramento.

È stata criticata per il suo modo di vestire, è stata criticata perché “un ministro delle politiche agricole deve avere le mani sporche di terra!” quando hanno saputo che lei, le mani sporche di terra ce le ha, è stata criticata perché non ha avuto la possibilità di studiare e i suoi titoli si fermano alla terza media.

Insomma, s’adda criticare, punto.

Direi alla “ndo coglio, coglio!” L’importante è che si critichi.

E io sono stanca, davvero stanca di sentire questi discorsi.

Sono stanca di vivere in un paese che si professa progressista/femminista e potrei sciorinare “ista” per almeno 2000 caratteri, ma che in realtà è solo di un bigotto assurdo. Siamo bigotti, miei cari italiani, o forse, è più adatto dire siamo bigotte. Perché le critiche e i giudizi più accalorati io li ho sentiti “urlare” da voci femminili. Voi direte che anche i politici uomini vengono criticati, certo che sì, ma è molto più raro assistere a un inferno scatenato sulla base di una balza di troppo. Perché se sono queste piccolezze il metro di giudizio (o di critica) di una persona, allora dovremmo giudicare Frida Kahlo per le sue sopracciglia, la Magnani per le rughe, la Merini per i chili di troppo, la Cristoforetti per il taglio di capelli, la Ferragni perché ha sposato la versione meno uterina di Brigitte Nielsen.

“Dovremmo giudicare” ma io onestamente vorrei sapere, il perché, noi tutti ci sentiamo in diritto di giudicare chiunque e per qualunque cosa. Non bastano i discorsi fatti sui divani di casa, o quelli fatti seduti al tavolino di un bar, no, non ci si limita a quattro chiacchiere inter nos, bisogna dire tutto quello che si pensa sui social, perché se non è social non vale, della serie “no Martini, no party”. E quindi, appena la genialata di turno viene partorita da un pinco pallino qualunque, bisogna appostarsi come cecchini sui tetti e postare l’ennesima perla sui social.

A chi importa delle conseguenze, tanto sono solo parole. Il problema, (uno dei tanti) in questa Italia di oggi, è che la parola ha perso di valore. Che sia un “brutta” detto senza pensare, un “ti amo” non pesato, un “verrò da te” mai mantenuto, non ci rendiamo conto che tutto quello che esce dalle nostre bocche può prendere le sembianze di proiettili capaci di ferire, a volte uccidere. Non badiamo a quello che diciamo, tanto sono solo parole, e invece dovremmo capire che la lingua è la nostra arma più affilata.

Non voglio dilungarmi e sconfinare, ci sarebbero milioni di parole da dire (pesate e misurate con cura) potrei partire dal cyberbullismo e finire con il revenge porn, per dare l’idea di quanto, le parole, quelle apparentemente innocue, possono fare danni irreversibili. Ma non sono temi da accennare e poi abbandonare, sono cose da maneggiare con cura, parole delicate che vanno donate al mondo nella speranza si riesca a far riflettere, e magari, a far aprire gli occhi e chiudere le bocche.

Perché noi giudichiamo, giudichiamo, giudichiamo. Basta giudicare! Ma onestamente, a chi importa di che colore ha deciso di vestirsi la Bellanova? Se proprio dobbiamo “giudicarla” facciamolo per quello che farà (o non farà) per tutelare la Cosa Pubblica, ma diamole il tempo, però, di questi processi alle intenzioni ne ho piene le tasche. E poi Enzo Miccio l’ha definita approved quindi di che parliamo? Per ora, mi ergo a giudice anch’io, prendo in prestito le sue parole in risposta alle critiche, e dico che mi sono piaciute assai!

“La vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: io ieri mi sentivo entusiasta, blu elettrica e a balze e così mi sono presentata. Sincera come una donna.”

Lei si è vestita di blu, io, invece voglio vestirmi di nero. Perché proprio di nero? Perché snellisce, in primis. Perché è il colore della mia anima 364 giorni su 365. Perché è il colore del mio pollice, visto che faccio morire tutte le povere piante che il mio adorato papà si ostina a mettermi sul terrazzo (rip prezzemolo, io giuro ci ho provato!). Perché è il colore del buco che se ne sta bello spaparanzato nel mio stomaco e che mi costringe a interrogare ininterrottamente il frigo come se dovesse rimediare a una insufficienza a chiusura del quadrimestre.

Perché il nero sta bene con tutto.

E, in una fusion tra Coco e Marilyn, perché a little black dress è l’unica cosa che serve, insieme a due gocce di profumo…

Io mi sento così.

E tu, invece, di che colore ti senti?

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