MoMa: a new (pink) style

Save the date: lunedì 21 ottobre, dopo 4 mesi di attesa, riapre il museo di Arte Moderna più famoso al mondo. Aumentato del 30 per cento lo spazio espositivo, l’equivalente di 4000 metri quadrati (mica quisquilie); rivoluzionato nell’estetica e nella visione delle cose. Chi avrà la fortuna di essere lì in coda lungo la 53esima strada, si ritroverà davanti una struttura completamente rinnovata, dall’entrata, con il suo design fatto di vetro e acciaio, ai nuovi spazi interni pronti a ospitare, oltre alle varie collezioni, permanenti e non, anche performance dal vivo di musica e danza.

Novità già a partire dall’ingresso dove il visitatore verrà accolto da una grande scritta, nero su bianco, che campeggia sull’intera parete: un Hello. Again., opera dell’artista americano Haim Steinbach, darà il benvenuto agli avventori in una cornice suggestiva e accattivante. Tra le novità, la possibilità di accedere gratuitamente (per la prima volta) a uno dei sei piani oltre che al giardino delle sculture situato al pian terreno.

400 milioni di dollari, tanto sono costati i lavori, metà dei quali sono stati donati dagli eredi del banchiere David Rockfeller, somma derivata dalle vendite delle collezioni d’arte di proprietà del filantropo statunitense morto nel 2017. Ma il nome Rockfeller non è nuovo a questo genere di iniziative. Un’altra donazione, leggermente meno generosa di quest’ultima (soltanto 100 milioni) era già stata disposta dal magnate a favore del museo nel 2005. In fin dei conti, l’arte moderna è come se facesse parte del dna Rockfeller, infatti la matriarca della famiglia, Abby Aldrich, fu tra i fondatori del MoMa nel lontano 1929.

Percorsi inediti e letture non convenzionali. Il MoMa prova a rinnovarsi, ad espandersi, nelle idee oltre che nella metratura. Rimane ancorato al passato con le collezioni permanenti, quelle che dall’ottocento arrivano fino ai giorni nostri. Quelle dei nomi altisonanti che fanno i numeri e le file all’ingresso, parlo di loro: Van Gogh, Monet, Matisse, Picasso, di quei nomi che sono stati sulle bocche di tutti almeno una volta nella vita. Si rinnova, invece, con accostamenti nuovi, impensati, apparentemente brutali, come nel caso di Les Demoiselles affiancate alla cruenta scena dell’artista afroamericana Faith Ringgold nei pannelli di American People Series #20. Quello che più stupisce non è soltanto l’insolito accostamento tra artisti, stili e movimenti differenti, ma più di tutto l’intersezione tra discipline, e quello che ne risulta è una visione dinamica del mondo che ci circonda. Si rinnova, si svecchia, si toglie di dosso quello strato di polvere che faceva sì che il visitatore si ritrovasse avvolto da uno spesso velo color seppia. Il MoMa si riempie di colori, di vita, si proietta in una dimensione nuova, quasi futuristica. È un nuovo modo di concepire un “viaggio” al museo, è un venire catapultati dal passato, al presente, a quello che verrà. È una commistione di generi, di esperienze sensoriali, è un respirare arte, respirare vita. Perché ti ritrovi a passeggiare tra Le Ninfee di Monet, i Legér e i Mondrian, e poi subito dopo sei catapultato nell’arte moderna, nella fotografia, nella realtà. È un continuo saltellare dalla luce alle ombre, in un connubio di arte e di stili insolito, in un mix eclettico e spumeggiante di opere fin troppo blasonate e altre che sono rimaste in penombra troppo a lungo.

Oserei dire che ha perso (finalmente) la sua vena enciclopedica, il MoMa è diventato inclusivo con il suo spaziare tra i diversi stili, generi, culture. Sì culture, perché questo museo conservava ancora quella vena elitaria che gli conferiva un’aria altisonante e fin troppo snob. Non era aperto, il MoMa, o meglio lo era, ma non lo era, fin troppo ancorato al passato e a quelle che erano le linee o i dogmi da seguire. Ha imparato dai suoi errori e oggi ci ritroviamo di fronte un museo che finalmente riflette la bellezza e la complessità del mondo intero, e non soltanto delle parti (pre)dominanti di esso.

Si affiancano culture, modi di vivere, di vedere. Cambia forma, il MoMa, o forse cambia prospettiva. Perché in questo suo nuovo look, oltre alla varietà di culture, all’attenzione per i “bistrattati”, i “diversi”, c’è un occhio di riguardo verso l’universo femminile. Sì, il MoMa si tinge di rosa, dedica interi spazi alle donne, punta su di loro un fascio di luce che per troppo tempo era stato puntato altrove. O forse no, non si è tinto di rosa, questo museo, forse qualche sprazzo di colore qua e là c’è sempre stato ed è soltanto il restyling che ha posto l’attenzione su quello che già c’era. Mi piacerebbe dire così, mi piacerebbe fosse così, ma così non è. La ristrutturazione del MoMa è stata necessaria anche per dare la possibilità di sopperire alle mancanze che questi aveva per quello che concerne l’universo femminile (potremmo parlare di quote rosa). Negli anni, infatti, è stato più volte “accusato” insieme alle altre istituzioni museali di essere caratterizzato da una vena prettamente maschilista. E così, finalmente, alla soglia del 2020 possiamo raccontare di un’istituzione nel mondo dell’arte che si mette al passo coi tempi. Ma forse, a ben vedere, non è così, forse è più giusto dire che il MoMa, i tempi li precorre. Perché anche se è l’ultima cosa che vorrei ammettere, devo fare i conti (dovremmo farli tutti) con il fatto che il rosa, nel mondo, resta ancora una sfumatura di colore estremamente rara. Purtroppo.

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