Noi, mie care donne, peseremo sempre più degli uomini

Niente. Credo non ci sia niente di più suggestivo per la mente di un viaggio in treno. La vita che scorre al di là di un finestrino, vita che corre, va veloce, arriva attutita, sbiadita, sfocata dallo sporco di un vetro sudicio. È come se ci fosse un filtro: la vita che ti arriva addosso è quella che decidi di vedere. Non c’è solo la vita che scorre oltre il ferro e le lamiere, c’è anche quella che ti sta seduta accanto, nel posto di fronte al tuo, o qualche sedile più in là. Ci sono le parole delle persone, dette al telefono, a un’amica, a chi l’esistenza la divide con te, a chi ti accarezza mentre tieni poggiata la testa sulla sua spalla. Poi ci sono gli occhi che sorridono, occhi che annegano nelle lacrime, occhi stanchi che raccontano di giornate fatte di troppe ore. Ci sono i sorrisi sinceri che si spalancano fino alle orecchie, sorrisi di circostanza, che non arrivano a far brillare gli occhi, che a malapena stirano le labbra, e provano a dare una corazza a chi ha bisogno di proteggersi dal mondo. Adoro l’atmosfera che si crea all’interno di un vagone di un treno, è un microcosmo, fonte di così tante domande e di cotanta ispirazione. Mi hanno sempre affascinato le persone, le loro parole, i loro sguardi e tutto quello che tengono nascosto dentro: i segreti taciuti, i desideri inespressi. È come se i treni, con quel loro sferragliare sui binari, fossero capaci di sciogliere i nodi che abbiamo nell’anima, e forse anche un po’ le lingue…

Nel mio ultimo viaggio fatto in treno, solo qualche giorno fa, ho avuto modo di riflettere su quello che ci circonda, sul mondo in cui viviamo, e una domanda è sorta spontanea: com’è possibile che, nel 2019, ancora si viva una disparità di genere così marcata? Voi vi chiederete come cavolo mi vengono in mente certe domande?Eccovi serviti…

Ero in treno da poco più di mezz’ora, e mi aspettavano almeno altre due ore per raggiungere la mia meta. Ero ben equipaggiata per rendere costruttivo il tempo: iPad sulle ginocchia per revisionare qualche bozza. Cuffiette nelle orecchie. Il piede che faceva su e giù a ritmo di musica. La bocca che si contorceva in mosse strane mentre inventava parole sconclusionate di una lingua immaginaria. A un tratto un gruppo di ragazze ha occupato i posti accanto al mio e, improvvisamente, una di loro ha iniziato a confessarsi, non immaginando che in un attimo di pausa dalla musica, cogliendo l’argomento della conversazione, io sconosciuta con le cuffie nelle orecchie, avrei invece preferito ascoltare le sue parole piuttosto che quelle di Maluma. Mi ero persa l’inizio della conversazione, ma comunque ero riuscita a capire il nocciolo della questione. C’era questa ragazza, di un’età compresa tra i trenta e i trentacinque anni, bella, carismatica, che stava rientrando da Milano dopo aver partecipato a un convegno. Qui i dettagli diventano un po’ sbiaditi. Il mio provare a fare l’indifferente, con il piede che dondolava su e giù a ritmo di una musica immaginaria e gli occhi sempre fissi al di là del finestrino, non mi hanno permesso di delineare come si deve i contorni della questione. Comunque, secondo me e il mio sesto senso, misto a fervida immaginazione che ha riempito i vuoti qua e là, la suddetta ragazza aveva appena partecipato a una tre giorni “full immersion” su qualcosa riguardante la medicina. Non so dirvi a che titolo lei partecipasse, so dirvi solo che durante quel convegno era successo qualcosa che mai avrebbe immaginato. Tra i tanti relatori che si erano susseguiti in quei tre giorni, una voce aveva catturato la sua attenzione. Prima era stata una voce: roca, sensuale, coinvolgente nelle sue disquisizioni tecniche. Poi erano stati gli occhi che, insistentemente, si erano poggiati su di lei, sui bottoni tesi della sua camicetta, sul pezzo di coscia lasciato scoperto dallo spacco della gonna. Poi erano state le mani di quest’uomo che le avevano fatto perdere la ragione. Le mani che scorrevano sulla sua pelle, la bocca sulla sua mentre si mischiavano il fiato. Tutta rossa in volto, questa donna raccontava alle sue amiche quello che credeva non avrebbe raccontato mai: l’avventura di una notte.

L’avventura di una notte consumata con un avvenente sconosciuto che non avrebbe rivisto mai più. Sceso dal palco, il soggetto ignoto si era subito diretto da lei, con una scusa banale, insieme a due calici di vino. Aveva cominciato a parlarle di questo o quell’ausilio medico, del tempo, del cielo afoso, della politica, delle bollicine che stavano sorseggiando, dei suoi occhi così profondi che erano quasi riusciti a fargli perdere il filo del discorso mentre se ne stava sul palco. E poi di quelle gambe… Gradualmente aveva cambiato tono e intensità: i doppi sensi si erano fatti sempre più espliciti, quelli non detti erano diventati palesi e lei, ancora incredula, si era ritrovata con la chiave di una camera d’albergo in mano. Lei, in quella stanza, c’era andata e come lei stessa aveva detto alle sue amiche, in una strana smorfia che tradiva un imbarazzo misto a un orgoglio compiaciuto, “in quella camera era anche venuta, più e più volte…”

Era stato solo sesso, niente convenevoli, nessun tentativo da parte di entrambi per far sì che quei corpi fusi insieme potessero dare adito a qualcosa di diverso da quello che era stato: il concretizzarsi dell’assurda alchimia che come una corrente elettrica li aveva uniti, avvinti. E voi vi chiederete: cosa c’è di tanto sconvolgente in questa storia da farti venire i dubbi sul senso della vita e sul peso delle donne? Assolutamente nulla! A parte ovviamente l’ispirazione per l’incipit di un nuovo romanzo! Quello che ha portato il mio cervello ad arrovellarsi non è stato il racconto di questa donna, bensì le considerazioni, o meglio i giudizi che sono arrivati dalle sue compagne di viaggio. Una, la prima che ha preso la parola, era entusiasta almeno quanto lo era la protagonista del racconto, come se l’avesse vissuta sulla sua pelle, la passione di quella incredibile notte. Le aveva dato il cinque e, con il rossore che le aveva imporporato le guance, aveva esclamato: «Era ora! Finalmente anche tu puoi dire di aver spuntato dalla lista delle cose da fare prima di morire: una notte a letto con uno sconosciuto!».

Dalle sue parole, e dalle svariate battutine che si erano susseguite, avevo dedotto che la protagonista della notte in questione veniva fuori da un rapporto pluriennale finito male, e che non era consona a “trastullarsi con il primo venuto”. Parole dell’altra amica, di certo non mie! La seconda amica, sulla falsa riga della prima, aveva interrotto gli urletti da teenager in amore, e aveva esclamato: «Bando alle ciance! Parliamo di cose serie, voglio i dettagli, perché se ci hai messo tre decadi di vita per farti una scopata con uno sconosciuto, e vengo a sapere che non ne è nemmeno valsa la pena, e stiamo perdendo tempo a parlare di “Francesco la punessa!” no, Maria io esco!», aveva detto con fare teatrale, mentre con lo sguardo che pretendeva risposte guardava insistentemente la protagonista. E io mi ero chiesta chissà chi era questo povero Francesco che nei racconti di questo gruppo di amiche veniva usato come termine di paragone, e per poco non ero scoppiata a ridere, mandando all’aria la mia strampalata copertura.

«Ma che sei matta! Di certo non ti racconto i dettagli! Posso solo dirti che… be’ ne è valsa sicuramente la pena…», aveva detto con la timidezza che cominciava a velarle la voce. Ma la sua amica non si era accontentata, con il volto teso in una smorfia seria e le mani con i palmi rivolti uno di fronte all’altro, all’altezza delle scapole, lentamente, le avvicinava di più, sempre di più, finché la protagonista della notte brava non era esplosa in uno: «Stop!» dando una “dimensione” alla sua avventura milanese. «Ah però! Brava, tesoro! Direi che ne è abbondantemente valsa la pena!» E direi che anche secondo me ne era abbondantemente valsa la pena… Questo momento di apparente goliardia veniva improvvisamente interrotto dall’ultima componente del gruppo, quella che fino a quel momento si era limitata a osservare senza proferire parola.

«Che senso ha avuto tutto questo? Cosa ti ha dato? A livello emotivo intendo, cosa è stato capace di regalarti? Mio Dio, è come se tu fossi diventata un uomo!» Aveva pronunciato queste parole sdegnata, come se si trovasse davanti a una moderna Maria Maddalena, pronta a lanciare quella manciata di sassi che stringeva tra le mani. Tre paia di occhi scioccati si erano voltati nella sua direzione, e a nulla erano servite le spiegazioni riguardanti la distinzione tra l’amore e la passione, tra la voglia di non avere rimpianti e i desideri della carne che, a volte, è appagante soddisfare, tra il piacere e l’adrenalina che solo determinate situazioni sono capaci di dare. Le cosiddette “botte di vita” (e mai ci fu termine più azzeccato) che a volte sono un vero e proprio toccasana per l’ego e per quell’autostima che troppo spesso va a piazzarsi sotto i piedi. Niente. Lei, la donna da me soprannominata la “Santa Maria Goretti de noi altri” aveva continuato, imperterrita, a lanciare sentenze da quel piedistallo di moralità sul quale si era appollaiata, come quei piccioni che ti puntano da lontano e attendono finché non trovano l’occasione migliore di cagarti addosso. Tant’è che l’argomento era andato a morire e ognuna di loro si era chiusa in un mutismo fatto di giudizi e considerazioni che quasi sicuramente andavano ben oltre le passioni consumate in una notte. E capirete che qui, per me, è stato davvero difficile mantenere il controllo e la noncuranza agli argomenti trattati. Stavo quasi per perdere il ritmo di quella musica immaginaria che filtrava dalle cuffie e sbroccare. Sì, sbroccare! Perché ognuno è liberissimo di avere la sua opinione, siamo in un paese democratico (o almeno così dovrebbe essere) e ognuno è libero nei pensieri e nelle azioni, ma il giudizio è ben altra cosa. Siamo liberissimi di adattare alla nostra pelle il comportamento o la linea di pensiero che ci è più congeniale, quella che ci sentiamo meglio addosso, in amore o in qualunque altro aspetto delle nostre vite. Possiamo essere persone che decidono di vivere alla giornata, o di quelle che programmano schematicamente tutta una vita. Persone che stanno alla larga dalle responsabilità, o altre che si accollano anche problemi che non gli appartengono. Possiamo essere persone che scelgono di passare tutta la vita insieme a chi amano, oppure ogni notte con un corpo diverso nel letto, e se tutto viene fatto nella consapevolezza e nel rispetto di chi ci circonda possiamo essere chi vogliamo.

Ognuno con la “roba sua” è libero di fare quello che vuole. Non tollero che si vengano dati giudizi su quello che siamo nella totalità del nostro essere solo perché si decide di dare seguito all’attrazione tra due persone e si passa la notte in compagnia di qualcuno appena conosciuto. Non tollero che una donna perda il suo valore o che questo venga anche solamente scalfito perché si è lasciata andare all’istinto, a una passione, a una voglia. Non tollero, assolutamente non tollero, che sia un’altra donna a esprimere giudizi così retrogradi; a dare una visione così distorta dei valori, di tutto quello che fa grande l’animo di una donna, e a far sì che sia “un’apertura di cosce” a determinare chi siamo. Noi donne dovremmo smetterla di farci la guerra tra di noi, di dare peso ai pregiudizi o addirittura di crearne di nuovi. Perché già viviamo in un mondo in cui un uomo che cambia più volte partner è definito “playboy” e una donna, invece, che si comporta allo stesso modo è definita “puttana”.

E io non ci sto a vivere in un mondo così, non riesco a stare zitta in un mondo in cui parliamo una lingua in cui non esiste l’equivalente maschile di “puttana”. E faccio sentire la mia voce, con questo articolo provo a far riflettere, a far smuovere qualcosa, con la speranza che l’Accademia della Crusca prima o poi affiancherà a “petaloso” anche un bel “puttano” o un “troio” che dir si voglia, mi va bene tutto. Ma prima di provare ad arrivare all’esimia Accademia, parlo a noi, a noi donne, a noi che dovremmo essere unite e coese in questo mondo in cui, purtroppo, l’unica voce che ha il potere di smuovere qualcosa è quella di un uomo. Perché mi rendo conto che siamo noi i nostri peggiori nemici e finché non saremo in grado di cambiare la visione che abbiamo di quello che siamo, ogni volta che verremo messe sul piatto della bilancia, sprofonderemo verso il basso, vertiginosamente.

Noi, mie care donne, peseremo sempre più degli uomini…

Purtroppo.

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