Lana Del Rey: Norman F*cking Rockwell

A cura di Jessica Martino

Oggi parliamo di una donna, di una cantautrice, del suo nuovo album. E che splendore questa parola: “album”, che meraviglia poterla pronunciare in un’era che li vede sempre più contrapposti ai singoli commerciali fini a se stessi, raffazzonati ad hoc per diventare hit, farli girare in radio, detenere per un po’ i primi posti nelle classifiche musicali, e poi predestinati a riempire il pacciame nella ormai affollata plaga ( o piaga) dei singoli sfornati a solo scopo remunerativo, privi di un concept, una storia, un processo evolutivo, a discapito di quella che è la creazione di un prodotto studiato, curato, perfezionato, completo, che è un album.

Ma Il 30 Agosto, a due anni da Lust For Life, Lana Del Rey ha pubblicato il suo sesto album in studio con le etichette Polydor e Interscope Records, dal titolo Norman f*cking Rockwell e qui c’è tutto: c’è un concept, una storia, la sua evoluzione, la completezza che solo un album può regalare.

E il titolo è già di per sé un concept, un’idea, un immaginario: l’America, il sogno americano, i lunghi viaggi on the road, la West Coast, l’estate nella città degli angeli, le palme, l’oceano, tanto cari a Lana e per fortuna direi, perché quest’artista, negli anni, è stata capace di farci vivere, come se fossero state nostre, brucianti avventure amorose nelle “hot summer nights, mid July, when you and I were forever wild” direttamente dai nostri divani, nelle nostre auto. Perché, ovunque sia il corpo, Lana è capace di teletrasportarlo.

L’America, dicevamo, dunque, perché America è Norman Rockwell: pittore e illustratore, la cui arte ha abbracciato la cultura popolare americana, creando il disegno della classica famiglia a stelle e strisce da mulino bianco, e proprio quella sua “incapacità nel dipingere i cattivi” l’ha portato a risollevare l’umore di un’America nel mezzo del secondo conflitto mondiale con l’invenzione della recluta Willie Gillis, il classico bravo ragazzotto americano, dando vita a una serie di 11 immagini pubblicate dal 1941 al 1946, che vanno dalla partenza in guerra fino al suo felice ritorno.

Sullo sfondo delle sue canzoni c’è sempre l’America, quindi, ma un’ America diversa, stavolta, non quella che Lana ha mitizzato con devozione attraverso la sua musica. La guarda con disincanto, la rimembra con malinconia: il sogno è infranto, e per questo Norman F*CKING Rockwell.

Mi sono trovata a riflettere e scherzare sul sogno americano e mi sono detta: “Ecco, qui è dove siamo ora. Norman che scopa Rockwell, andremo su Marte e Trump è Presidente, ok. […] Ma non è una cosa cinica, davvero. Cerco di vedere tutto come un po’ più divertente di quanto non sia in realtà

diceva a proposito del titolo in un’intervista per Vanity Fair.

E forse come Norman Rockwell, stavolta non per mezzo di immagini ma di musica, Lana vuole risollevare l’umore di un’America sempre più lontana dal suo sogno. E lo fa, ci riesce, nei versi di The Greatest, in cui esprime tutta la sua mancanza verso un nazione, un tempo, che non ci sono più, concludendola con dei versi che sanno strappare una risata dopo aver ingoiato il sapore acre della sua decadenza:

“L.A. in in flames, it’s getting hot / Kanye West is blond and gone / ‘Life on Mars’ ain’t just a song / I hope the live stream’s almost on.”

L’album, prodotto da Jack Antonoff, brillante produttore che ormai domina la scena del pop internazionale (ricordiamo le sue collaborazioni con Lorde, Taylor Swift e Pink, per citarne alcune), non ha minimamente trasformato il sound di Lana, forzandolo di pop: un possibile risvolto, questo, tanto temuto dai più scettici oppositori di questo nuovo duo.

Di fatti, l’album è un mix di Soft Rock, Rock psichedelico, Indie Rock e Pop: è Lana, è classico, è sogno. E qui i complimenti vanno a entrambi: a Lana per essere Lana, un’artista autentica, uguale a nessuno se non a sé stessa, e a Jack Antonoff per aver dimostrato di essere un artista poliedrico, capace di adattarsi nel variegato mondo che è quello della musica.

Di seguito la track-list di Norman F*cking Rockwell

1. Norman Fucking Rockwell

2. Mariners Apartment Complex

3. Venice Bitch

4. Fuck It, I Love You

5. Doin’ Time

6. Love Song

7. Cinnamon Girl

8. How to Disappear

9. California

10. The Next Best American Record

11. The Greatest

12. Bartender

13. Happiness Is a Butterfly

14. Hope Is a Dangerous Thing for a Woman Like Me to Have – but I Have It

Non manca l’amore nel suo album, in canzoni come Mariners Apartment Complex, Venice Bitch, Love Song e California c’è tutta la delicatezza e la fragilità di una voce che canta l’amore, attraverso versi poetici che tessono storie. Le storie, appunto, tratto distintivo della sua produzione musicale, il suo talento nel raccontarle in pochi minuti, giusto il tempo di una canzone. Lana Del Rey è un vortice che trascina dentro e inghiotte.

Mariners Apartment Complex parla del dare forza a chi si ama, nonostante la nostra stessa fragilità. Farsi luce per fare luce.

You lose your way, just take my hand

You’re lost at sea, then I’ll commandi

your boat to me again

Don’t look too far, right where you are, that’s where I am

I’m your man…

In Love Song, invece, la cantante si chiede se sia sicuro mettersi completamente a nudo e la risposta è sì, con la persona giusta, lui che nella canzone riesce a vederla per quello che è realmente e a cui chiede di essere il suo once in a lifetime.

E l’essere sé stessi ritorna nella traccia 9, California, nei bellissimi versi in cui la cantante dice ad un uomo lontano che nelle sue braccia non ha bisogno di mostrarsi più forte o diverso da quello che realmente è. Ma questi versi:

If you come back to America,

just hit me up […]

We’ll hit up all the old places

We’ll have a party, we’ll dance till dawn

I’ll pick up all of your folks

and all of your Rolling Stones

Your favorite liquor off the top-shelf

I’ll throw a party, all night long…

Rimandano ancora una volta all’America. Che quell’uomo lontano altro non sia la metafora dell’America di un tempo, quella che ha amato, e di cui attende il ritorno? Forse non è un “Se ritorni in America”, ma “Se ritorni, America”.

A chiudere questo meraviglioso album c’è la traccia 14: Hope Is a Dangerous Thing for a Woman Like Me to Have – but I Have It, nel cui ritornello la cantate cita Sylvia Plath e vi si paragona. La sua voce è accompagnata solamente dal pianoforte e, cantando dei versi che sventrano da dentro, scopre una delle canzoni più intime e profonde dell’album.

Canzone intrisa della speranza di una donna. Di una nazione. Di un popolo.

E chi credeva che Lana Del Rey fosse un personaggio artificioso, finto, la cui maschera, prima o poi, sarebbe caduta, deve ricredersi. Spogliatasi dal lustro patinato della diva anni 50, i capelli cotonati, donna del ricco gangsta; ora, in jeans, t-shirt bianca, giacca di pelle è ancora Lana Del Rey, ancora intramontabile, ancora senza tempo, ancora magia, ancora sogno, ancora e sempre autenticità.

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