Michele Mari: Cento Poesie D’Amore a Ladyhawke e quegli amori che, non essendo mai cominciati veramente, non sono neppure mai finiti. Il suo dura da oltre trent’anni.

A cura di Jessica Martino

Tempo fa mi imbattei in una poesia che mi si impresse dentro da subito. Non cercai l’autore o la raccolta da cui, forse, era tratta: mi bastava lei, sola, commovente, di una bellezza inestimabile, impressa dalla prima lettura nella memoria e annoverata tra le mie poesie preferite di sempre.

E così è stato per un bel po’ di tempo, almeno qualche anno: lei, sola, di origine ignota, a prendersi tutto il mio amore, finché, circa due mesi fa, è stata lei a trovarmi. Succede di imbattermi nel titolo Cento Poesie D’Amore a Ladyhawke, del cui autore, Michele Mari, non ho letto mai nulla e, senza indugiare o indagare oltre, decido di leggerlo.

Poche poesie e già so che quest’opera vale, che l’autore ha talento, finché alla settima poesia mi imbatto, inciampo, cado in lei:

“Tu non ricordi

ma in un tempo

così lontano che non sembra stato

ci siamo dondolati

su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolio

fu l’unica preghiera in senso stretto

che in tutta la mia vita

io abbia levato al cielo”.

Proprio lei. La poesia che tanto amavo e di cui scoprivo le origini, l’autore, la raccolta che la conserva. È proprio vero, a volte, sono le cose a cercare te a trovarti.

Più scorro le pagine e più capisco che ogni poesia è connessa all’altra, che il loro ordine mi sta raccontando una storia precisa, come un romanzo a versi: la storia di un amore celato, conservato e vissuto gelosamente per anni nella mente e nel cuore di un ragazzo diventato poi uomo: Michele Mari, scrittore, traduttore poeta e accademico.

Poesie autobiografiche, le sue, racconto di un amore provato e mai svelato, se non tanti anni dopo, tutto indirizzato alla misteriosa Ladyhawke, anch’essa corporea, vera, reale.

I due si conoscono al liceo, tra i banchi di scuola.

“Dal mio banco al tuo

c’erano tre metri

che non ho mai percorso

Per quel peccato originale

ora salgo su tutti i ponti del mondo

gettati sui fiumi piú larghi

sugli abissi piú fondi

ma dopo appena tre metri

ogni ponte

si sporge sul vuoto”.

Un amore solo suo, platonico, silenzioso, ma non meno intenso e forte di quelli vissuti. Un sentimento alimentato, anno dopo anno, nutrito in perpetuo, per mezzo di immagini idealizzate, ricordi aggiustati, abbelliti, belle fantasie modellate su misura dalla mente. In definitiva, un amore condannato a non potersi mai consumare e per questo destinato a rimanere inconsunto, grazie a quel confronto mai avvenuto con la realtà, le cui dure prove espongono alla riuscita in proporzione assai minori di quanto invece espongano al fallimento. Perché il reale maltratta, consuma, imbruttisce, finisce. E quelli ma iniziati, finiscono per essere proprio gli amori che durano per sempre.

“Non ti ho mai visto i piedi

non ti ho mai visto in camicia da notte

non ti ho mai visto lavarti i denti

e dopo piú di trent’anni

non ho ancora capito

se questo è un bene

o un male”.

Ormai cresciuti, da adulti, i due si ritrovano durante una cena con la classe del liceo e iniziano una corrispondenza tramite e-mail, attraverso cui Mari scopre che il sentimento della ragazza era corrisposto.

“Mai in ogni caso dubitai

che tu sapessi

finché scoprimmo insieme

di esser vissuti trent’anni nell’errore

tu ignorando

io presumendo”.

Lei è sposata adesso, ma diventano comunque amanti, intrattenendosi però ancora nella dimensiona protetta dell’intelletto. Un rapporto amoroso, il loro, che non si realizza mai completamente, che non sfocia nel carnale né si consuma tra beghe della quotidianità. Il sentimento, anche dopo svelato, resta incontaminato: lei è ancora un ideale, il loro legame è ancora idealizzato e i due amanti restano confinati in una sfera semi platonica.

“Non aprite quella porta

non entrate nella stanza 237 dell’Overlook Hotel

ricordati figliuolo che puoi andare dappertutto

tranne che nella soffitta

meglio non guardare cosa c’è

nel frigorifero di Jeffrey Dahmer…

Ogni volta che sei venuta a casa mia

ti sei fermata all’ingresso

al soggiorno

alla cucina

non una sola volta hai chiesto dov’è il bagno

per lavarti le mani

o far pipí

o controllarti il trucco

come se quella che gli architetti chiamano

la zona notte

fosse l’orrore

come bastasse la vista di un letto

ad annullar trent’anni

come se tu ed io

avessimo bisogno d’occasioni

come se i nostri pensieri

non fossero sempre notturni”.

Una raccolta molto citazionistica, lo stesso titolo lo è: Ladyhawke è un film del 1985 i cui protagonisti, a causa di una maledizione, non possono stare insieme e con i cui nomi Mari e la sua amante si firmano. Molti altri i riferimenti ai film, come agli horror e al macabro; così come al poker, alle favole, alla pubblicità: immagini lontane dalla produzione poetica. In contrasto, non mancano riferimenti ai poeti classici, latinismi, frutto della sua cultura accademica. Il risultato è un’opera che spazia e spiazza: esilarante e profonda, moderna e classica, matura e

infantile.

“I poeti latini

avevano una splendida espressione

per indicar le stelle che cadono in estate:

labentia signa

cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo

in cui ci siam baciati

scia luminosa

passata troppo in fretta”.

Lui, adesso che l’ha ritrovata, vorrebbe vivere questo amore, ma lei, forse per la paura di abbandonare la certezza del “mulino bianco” per lo sbaraglio di un amore adolescenziale, o perché non innamorata a tal punto da lasciare il marito per lui, prima gli dice di potergli dare un posto nel suo cuore ma non nella sua vita e poi gli chiede di sparire.

“È degli addii

fissare per sempre

le posizioni

Fossi sparita tu

il lascito sarebbe un frullo d’ali

e il lutto

avrebbe il colore dell’aurora

Avendomi chiesto che fossi io a sparire

mi resta la memoria della mano

che ho lungamente lambito con la lingua

prima di rinselvarmi

nella foresta dove sempre è notte”.

Cento poesie d’amore a Ladyhawke è il diario segreto di un amore, di un’ossessione: una cantina infestata dai fantasmi a cui si affeziona così tanto da non volerli lasciare, fino a chiudersi volontariamente nella cantina con loro. Una raccolta intrisa di contraddizioni, ossessioni, amori, tormenti che l’essere umani comporta. Dimensioni intime, private, queste, che si tende a celare e che invece Michele Mari ha messo nero su bianco e donato al mondo. Doppia prova di coraggio, dunque: la prima a livello umano; la seconda a livello letterario, col suo cimentarsi, da autore in prosa, in un esordio da poeta.

Un esordio poetico sperimentale che funziona, colpisce l’obiettivo di centrare il cuore del lettore. Pur non riuscendo ad apprezzare tutte le poesie allo stesso modo, ahimè, ci sono pezzi, frasi, pensieri, immagini che mi hanno causato un forte fragore dentro di cose rotte. E quando un poeta, uno scrittore, riesce a romperti, a spezzarti, vuol dire che, nel complesso, ha fatto bene il suo lavoro.

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I ritardi, i silenzi e le paure che hanno condannato questo amore all’evanescenza, senza permettergli di farsi corporeo, lasciano un amaro difficile da mandar via. E questo primo tentativo poetico di Michele Mari, come quell’amaro, resta dentro.

“Se mi emoziona

pensare una targhetta sul citofono

con i nostri cognomi congiunti

se prima di addormentarmi

mi studio di variarla

in ottone

in ferro smaltato bombé

in plastica oro a caratteri rossi

in plastica grigia a caratteri blu

in cartoncino manoscritto

nell’antica striscia del dymo

immagina

quanto male mi faccia

pensare a un figlio in cui congiunti

fossero i nostri occhi”.

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