Cherofobia: il male del momento

FONTE IMMAGINE

Ma che problema ho? Tanti e di variegata natura direbbe chi (un po’) mi conosce, ma nel caso specifico (o meglio nel problema quotidiano specifico) mi chiedo: “che problema hanno Marianna e la felicità?” Mi rendo conto che così, ex abrupto, è una domanda no-sense, quindi proverò a contestualizzare. Come quasi tutti i miei deliri quotidiani (che immancabilmente si trasformano in articoli su questo magazine) tutto comincia da qualcosa realmente accaduto nella mia vita, qualcosa capace di far scattare gli ingranaggi della mente e che poi mi portano in mondi strani, inesplorati (e che dovrebbero restare tali). Oggi tutti piccoli esploratori, scarpe da trekking, caschetto, torcia e pronti a seguirmi nei meandri torbidi, tortuosi e inesplorati della mia mente. Ora passiamo a un’introduzione che, in termini libreschi, potremmo definire prologo. Marianna si trova a cena con un gruppo “eterogeneo” di persone: amici, amici di amici, e amici di amici di amici; della serie siamo in 20 e tu a malapena conosci 3 persone. Ambiente “familiare”, buon cibo, buon vino (che ha il potere di rendere piacevole anche la peggiore delle serate) e chiacchiere no-filter capaci di sciogliere i nervi e anche le lingue. La mia attenzione durante la serata viene catturata da un imprecisato Tizio, Tizio che ha tenuto banco per l’intera serata su tutti gli imprecisati Caio e Sempronio che si rincorrevano lungo la tavolata nascosti tra bruschette e calici perennemente vuoti. Tizio che non ha fatto altro che raccontare della sua vita, del suo lavoro, dei suoi viaggi, dei suoi sogni, delle speranze, di quanto fosse felice e realizzato e chi più ne ha più ne metta. E per carità persona interessante e piena di contenuti, lungi da me criticare.

E allora vi starete chiedendo “ma tu che cavolo di problema hai?” Il problema sta in me che passo l’intera serata a osservare il più volte citato Tizio (non immaginate niente di romantico o peccaminoso, era più una cosa sullo stile “analizziamo il soggetto in questione”) e in me che a un certo punto mi chiedo: “ma esattamente questo soggettino qui, ma che cavolo di problema ha?” Eh già! Lui che problema ha, mica io! Perché parliamoci chiaro, uno che è felice, completamente felice e soddisfatto qualche problemino (pure più di uno!) deve avercelo per forza. Perché non è possibile che nella società in cui viviamo uno è felice, così, senza motivo. E poi lo ammetti anche? Hai questo barbaro coraggio? E mi rendo conto che si è persa l’abitudine alle cose belle, che siamo avvezzi al marcio, alle cose che vanno storte, alle sofferenze, al male che ci sfiora o che, troppo spesso, purtroppo, ci cade addosso. Nemmeno ci toccano più, le emozioni negative, siamo insofferenti, ormai vaccinati. Sono le cose belle che ci stupiscono, i formicolii sulla pelle, gli sbalzi del cuore. La felicità è una chimera, o forse meglio un tabù, e chi solo osa parlarne viene visto male, additato per pazzo. Mi sembra di essere ritornata indietro nei tempi della caccia alle streghe. Tutti sul rogo, voi ciarlatani, cantori di felicità! Pensate che per tutta la serata ho avuto il dubbio che questo soggetto si drogasse (il fatto che tirasse continuamente su col naso, ovviamente non ha deposto a suo favore, nonostante il suo raffreddore sia stato oggetto di discussione) e anche il fatto che avesse una conformazione facciale un po’ particolare non ha aiutato. Particolare? In che senso vi starete chiedendo. Ci ho messo un po’ a capirlo, in realtà, ma alla fine sono arrivata alla conclusione che avesse gli occhi più ravvicinati del normale e una fronte, forse, troppo marcata, e alla fronte marcata e alla distanza tra gli occhi è partita nella mente un’immagine di me che con strumenti goniometrici di precisione stabilisco (senza il minimo dubbio) il profilo criminale del su indicato Tizio. Perché non ci sono dubbi, uno così sfrontato da definirsi “felice” così senza remore, senza vergognarsi nemmeno un po’, con la fronte spessa e gli occhi vicini vicini, non può che essere un serial killer, e l’ho trattato! Fisiognomica docet!

Ad un tratto, però, qualcosa è risuonato nel mio cervello, c’è stato un “din din din” come quando vinci un pupazzo spelacchiato alle giostre durante le feste di paese, e la parola cherofobia si è fatta strada nella mia testa. Sì, cherofobia, proprio quella parola lì, diventata “famosa” un po’ di tempo fa grazie a una ragazza semi sconosciuta e alla sua canzone. Ma cos’è la cherofobia vi starete chiedendo, o almeno spero, perché se non siete a conoscenza di questa patologia significa che probabilmente non ne soffrite e siamo già a buon punto. “Cherofobia: avversione alla felicità, rappresenta un atteggiamento, per cui gli individui evitano deliberatamente le esperienze che evocano emozioni positive o di gioia.” Così dice Wikipedia, in realtà potremmo banalmente definirla “paura della felicità”. E sembra quasi un ossimoro, una bestemmia, come cavolo si fa ad aver paura di essere felici? È un controsenso, eppure è così. Sempre Wikipedia sostiene che sia una paura che deriva da basi culturali/religiosi, si vive perennemente nell’idea che la felicità si porti dietro sfortuna, eventi malefici, sciagure. Viviamo nella paura che la felicità abbia uno scotto troppo grande da pagare, e quindi immeritevole di essere vissuta, così sostiene l’illustre W, e forse ha ragione o forse no. L’unica cosa che so è che ho avuto la sensazione di essere diventata repellente alla felicità.

Perché vi giuro è così che mi sono sentita, come se avesse potuto infettarmi in qualche modo, in quel momento mi sono sentita tanto Goethe, e avrei voluto ergermi a oratore, salire sul tavolo (come se fossi su un cubo in discoteca) e dare voce al povero Wolfgang. “Mi stia lontano chi ha cuore arido, chi ha ciglia asciutte! Siano maledetti i felici, ai quali l’infelice serve unicamente da spettacolo!” È questo che avrei voluto gridare quando l’attenzione, a turno come se fossimo in un gruppo di recupero per alcolisti anonimi, si è spostata sugli altri commensali. Anzi no, direi che Goethe, per quanto perfettamente in linea con il mio pensiero, non sia pienamente nelle mie corde, sono più espressiva, onomatopeica credo mi racchiuda al meglio, o forse come dice una mia amica, “tu sei un meme vivente” io avrei voluto rispondere proprio come Massimo Troisi, quando chiedeva semplicemente di essere lasciato in pace. Perché altrimenti non riesci a soffrire in grazia di Dio, ti distrai, perdi il filo, e poi devi ricominciare a soffrire daccapo! Quindi no, anche no! Lasciatemi in pace voi felici, che io ormai, nella mia non felicità ci sto bene, mi sono abituata, è come quelle tute sformate in cui ti senti a tuo agio, quelle che non ti toglieresti mai di dosso. E poi onestamente mi fa davvero impressione, la felicità, ed è una schifezza questa cosa, ma purtroppo è così, io l’ho accettato, e lo accettasse pure Ted Bundy dei poveri. Sì, perché il Tizio non si è accontentato di spargere felicità dalla bocca come se fossero coriandoli a carnevale, no, voleva anche sapere degli altri, invogliava a parlare, faceva domande (a questo punto mi viene anche il dubbio di essere finita in qualche cena per il reclutamento di adepti per una setta, o per qualche kibbutz in Israele) e vi giuro io avrei voluto fare (o meglio tentare di apparire) come una persona dotata di un minimo di sanità mentale, e so che avrei dovuto rispondere con frasi tipo: “la felicità è nelle piccole cose” o balle varie. Oppure avrei potuto fare la splendida e uscirmene con qualche citazione, che parliamoci chiaro, quando citi, dici tutto e non dici niente e fa sempre figo (pure se dici cavolate, perché tanto, nel dubbio di non sapere non c’è nessuno che avrà mai il coraggio di contraddirti!). Qualcosa tipo: “la felicità è tutto quello che ancora non abbiamo vissuto”. Oppure, come diceva Frank Sinatra “the best is yet to come”; Ligabue, un po’ di tempo dopo, l’ha detto in italiano che “il meglio deve ancora venire”; Hikmet in una delle poesie più belle di sempre (una delle caption più usate/abusate di sempre) dice che “i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti”.

E io, io che come ogni donna che si rispetti presa in ostaggio dagli ormoni, vive in bilico tra la disperazione più totale e una disperazione moderata. Io non potevo trattenere la cinica vecchietta che si è piazzata sul mio cuore e non vuole saperne di sloggiare e ho risposto così: “domani è un altro giorno! Oh giusto, quella non sono io ma è Rossella O’Hara, allora: domani, deve essere per forza domani!” “Perché domani?” mi ha chiesto Mister Teletubbies. “Perché mi chiedi? Domani c’è l’all you can eat al sushi…”

Ma che cavolo di problemi abbiamo, noi e la felicità?

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