Alessandra Franco e la sua Metamorfosi nel nostro tempo

A volte ci sono storie che parlano di destini segnati, fili invisibili, e strade già scritte. A volte le connessioni superano ampiamente il labile confine che c’è tra le coincidenze e il fato. Forse anche quest’articolo è frutto di destini segnati, o di sincronie come direbbe la mia amica Paola. Chiamatele un po’ come volete, io in ogni caso a questi “legami” ci credo. Oggi vi parlo dell’artista Alessandra Franco e della sua Metamorfosi, opera “esposta” nel Parco Archeologico di Paestum, proiettata sul tempio di Nettuno.

In una sera di ottobre, mi sono commossa ed emozionata mentre passeggiavo per le strade di casa mia, e ho visto sotto una luce nuova Mister Nettuno. Suoni e immagini che danzavano tra le colonne e davano vita a uno spettacolo mozzafiato. È stato un impatto emotivo così forte che mi ha spinto a cercare chi l’aveva realizzato, volevo conoscerla. Volevo incontrare chi era stata capace di rendere ancora più magica la mia terra.

Perché Paestum è casa mia, è lo scrigno della mia infanzia, dei miei anni da adolescente, custodisce ricordi belli, meno belli. È quel vestito in cui ti senti sempre a tuo agio, è parte di me. L’ho cercata, le ho scritto e ho atteso, quasi senza speranza, una sua risposta, e con mia grande sorpresa, non solo ha accettato di raccontarmi un po’ di sé, ma ha proposto di farlo di persona, a Paestum, proprio sedute davanti a Nettuno. E io non la ringrazierò mai abbastanza per questo.

Paestum è un figlio che mi fa dannare!”, così esordisce, ma direi che sono proprio le cose difficili, quelle che ci donano le soddisfazioni più grandi. Ma “Paestum è anche una radice fortissima” perché, mi racconta, i suoi studi di Archeologia, più volte l’hanno portata qui, ed “è assurdo dove ti porta (o ti riporta) la vita, lì, dove tutto è cominciato sotto gli occhi di una giovane studentessa che adesso si ritrova proprio accanto a Mimmo Paladino e al primo dei famosi cavalli realizzati dall’artista, il “padre della mandria” come l’ha chiamato scherzosamente lui stesso, che torna nel luogo per il quale era stato originariamente concepito, ma da dove è stato portato via da tempo. E direi che Alessandra Franco e Mimmo Paladino, sono una di quelle accoppiate riuscite proprio bene.

Sedute su una panchina tra la Basilica e Nettuno, in attesa che il sole si spenga all’orizzonte per ammirare l’inizio dello spettacolo, le chiedo di raccontarmi del modo in cui nasce la sua arte. Nasce da piccola, mi dice, racconta di spazi che si riempiono, di fogli che prendono vita, di vuoti che diventano pieni. Da quel riempire nascevano piccole opere presagio di un destino prossimo ma faticato. La sua passione, un indole che nel tempo si è trasformata in lavoro, per gli altri, per lei resterà sempre una passione radicata nel profondo. Una necessità, quella di creare, pensare, disegnare, animare, scolpire…

Lei parla, racconta, mi fa vivere, il mio, però, è un punto di vista privilegiato, voglio sfruttarlo al meglio, voglio vedere quello che gli altri non vedono, voglio cambiare prospettiva, vedere cosa c’è dietro. Le chiedo di raccontarmi la filiera produttiva che agita e dà vita alla sua arte. Mi sono persa con lei nella ricerca, nelle bozze, nella realizzazione e poi nello sviluppo. E sono stata ammaliata dalla luce che animava i suoi occhi in questo racconto, in questo suo provare a farmi vivere il processo della creazione. Mi sono persa e poi ritrovata in questa sua arte che lei definisce, vulnerabile, un’arte che non è indipendente, che esiste e poi non esiste più. Perché è questa la differenza tra la video arte, e l’arte, definiamola così, tradizionale. La scultura, la pittura, restano, la video arte, invece, si perde nell’etere, diventa evanescente. E lì, in quel momento, mentre mi raccontava di quanto è variegata la sua arte, che spazia dalla solidità delle tele e delle sculture, alla “fragilità” delle proiezioni, io lì, in quel momento, le ho fatto la domanda scomoda, ho provato a farla sbilanciare. Le ho chiesto qual è l’arte che ama di più, la “sua” arte che ama di più.

E quando io ho provato ad andare oltre, e ho cercato di infilare il dito in quella piaga che inevitabilmente si forma tra l’amore viscerale per quello che si fa e i compromessi che la vita ci costringe ad accettare, Alessandra è stata brava a non tradirsi, a rimanere ferma e impassibile in un amore pazzo e incondizionato per tutti i suoi figli, da brava mamma quale è. La pittura, la scultura, la video arte, tutte sullo stesso piano, tutte sullo stesso gradino nel suo cuore. Ci ha provato per un po’, poi alla fine è passata dalla modalità “mamma” a quella di “essere umano” e lì, con la meravigliosa musicalità che solo l’intercalare napoletano regala agli astanti, ha detto: «In realtà io vuless sul pittà!» e lei in quel momento ha vinto tutto!

Alessandra non riesce a frenare la sua arte, deve divergere, vuole piegare (al suo volere) la sua strada. Intreccia il passato e il futuro, quello che era a quello che poteva diventare. Fonde insieme l’archeologia, la sua grande passione, con la video arte.

La Metamorfosi si ispira a Ovidio, così come lui fonde insieme la vita animale con quella degli elementi, così Alessandra lega indissolubilmente la vita con la morte. Il progetto Climate Change è un progetto importante, d’impatto, espressivo fino all’inverosimile. Nonostante la delicatezza delle forme, delle sfumature, delle immagini che si fondono e si trasformano, e ti catapultano in quello che non c’è. È un viaggio, questa proiezione, dal passato al presente e poi al futuro. Dodici minuti di fiato sospeso e occhi sgranati, dove lo stupore si alterna alla meraviglia e poi allo sgomento. Sì, perché all’inizio vieni rapito dalla magia di quello che stai vivendo, con la musica e le immagini che ti cullano e ti trasportano in un’esperienza che oserei definire onirica, e poi alla fine resti basito mentre cominci a riflettere sul messaggio che si nasconde (mica tanto) dietro il lavoro di Alessandra. O almeno è quello che è successo a me. Assisti a un viaggio, a fusioni, a metamorfosi. C’è la scomposizione dell’arte, c’è Nettuno che si frantuma e poi si ricompone, c’è l’acqua che prende il sopravvento, che sovrasta tutto. Ci sono buste di plastica che volteggiano nel mare, che diventano cittadini tra le onde, meduse. Ci sono colonne che si fanno tappi di bottiglia e poi lattine. C’è l’azzurro che predomina, poi c’è il bianco, e poi ancora il rosso. È un chiaro riferimento al sistema idrologico, e poi a quello linfatico: l’acqua come il sangue sono fonte di vita. E poi il gelo si mischia con il sangue, e tutto svanisce. Il sistema crolla su se stesso, sta morendo. Sì, perché la vita sta morendo, il pianeta sta collassando, e noi, gli artefici principali di tutto questo, stiamo collassando con lui.

Ci sono emozioni che solo e soltanto l’arte è capace di dare, che sia un quadro, una frase di un libro, le note di una canzone, o in questo caso, una proiezione, e avere la possibilità di parlare con chi, l’arte la crea, è un’esperienza senza pari, e io sarò sempre grata ad Alessandra per avermi dato la possibilità di sbirciare attraverso il buco della serratura della sua arte. C’è una parola capace di descrivere le emozioni che mi ha dato, una parola unica, intraducibile: duende è spagnola, e in sei lettere è in grado di racchiudere “il misterioso potere che un’opera d’arte trasmette alle persone per smuovere le loro emozioni.”

E Alessandra le mie emozioni le ha smosse, le ha prese a calci (in senso buono, più che buono!) ha fatto tutto quello che un’artista dovrebbe fare: emozionare, far sognare, commuovere, e poi, alla fine, far sorridere. Perché proprio come diceva quella gran bella testa di Joan Miró: “L’arte può anche morire, quel che conta sono i semi che ha diffuso sulla terra”. E Alessandra di semi ne ha piantati tanti, il suo progetto sul Climate change non può non smuovere le coscienze, e sono certa che il tempo le darà modo di ammirare intere e intere foreste nate proprio da questo suo seme. Un piccolo albero, in fin dei conti è già nato: io queste mie parole le immagino proprio così, radici e rami pieni zeppi di foglie.

In attesa di raccoglierne i frutti io vi lascio così, con l’invito a vedere questa meravigliosa opera con i vostri occhi, fino al 31 gennaio, dal calare del sole fino alle 21:30. Paestum e Alessandra Franco vi aspettano!

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