Frida Kahlo. Il caos dentro.

Frida Kahlo, per noi tutti, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn. Messicana di nascita, di origini europee, ebree. Nota a tutti per i suoi quadri, per le sue frasi, per il suo volto, diventato immagine iconica del nostro tempo. Non tutti, però, conoscono la sua storia, le infinite prove a cui la vita l’ha sottoposta, il destino definito avverso. E forse, non tutti conoscono la forza con cui lei si è ribellata alla strada che le era toccata in sorte. Non tutti conoscono lei, lei che con un pennello in mano è stata capace di colorare la sua vita, e anche la nostra. Ferro e piuma, Frida, diletto e castigo, un’anima così bella da risultare, a volte, quasi incomprensibile. È per pochi, o forse no, non è per pochi, è per tutti quelli che vogliono aprirsi alla meraviglia che sta nella diversità degli animi colorati fuori dalle righe.


“Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere.”


Ha appena diciotto anni quando la sua vita viene ribaltata e sconvolta da un gravissimo incidente stradale. È in autobus insieme al suo fidanzato dell’epoca, lo studente di diritto Alejandro Gòmez Arias. È un istante, il mondo si capovolge e si accartoccia su se stesso, il corrimano del veicolo la attraversa da parte a parte, la credono morta, lei invece è viva e combattiva più che mai. Non si arrende al destino, Frida, non lo farà mai nonostante la spina dorsale e l’osso pelvico spezzati in tre punti, la gamba sinistra in undici. Giorni infiniti passati in un letto d’ospedale, e poi parti intere di vita, incastrata in “un’armatura” di gesso che la attanaglierà stretta in un abbraccio capace quasi di farle mancare l’aria, dal seno alle caviglie. Armature che diventeranno opere d’arte, parti di lei dipinte e decorate, testimonianze di bellezza e di vita. Subirà trentadue operazioni, la salute le è stata portata via per sempre, e insieme a lei anche la gioia di diventare madre.


L’immobilità in cui è costretta si trasforma da prigione in opportunità, comincia a disegnare sopra il gesso, la sua anima trova espressione di sé, ha voglia di spiegare le ali e librarsi in volo. Sotto il suo seno sinistro prende vita una piccola farfalla. “Voglio che tu esca da questa stanza prima che la farfalla sia finita” queste sono le parole che dice ad Alejandro, mettendo fine a loro, a quella parentesi della sua vita, lo lascia andare, libero per sempre. Nelle settimane successive, il gesso che costringe il corpo di Frida all’immobilismo, si riempie di farfalle dai colori accesi, di una vitalità intensa e vibrante. Le sfumature sono vive, sempre più vive, sempre più vere. Chiede che le montino uno specchio sul soffitto, in corrispondenza del letto, vuole vedersi, vuole disegnare se stessa, immortalare ciò che vede di sé per sempre. Ed è grazie a quello specchio, e alla voglia di attaccarsi a quei momenti che noi, oggi, possiamo ammirare la sua meravigliosa collezione di autoritratti. Alla fine, la rigidità del suo corpo diventa il ricettacolo di decine e decine di ali bellissime. Quando il gesso viene finalmente tagliato via, sembra quasi che le farfalle di Frida, siano pronte a conquistare il cielo.


Frida trasforma l’inferno in cui si è trasformata la sua vita in un inno alla voglia di fare, di esprimersi, di essere. Un urlo alla libertà, alla non arrendevolezza, alla resilienza. Anche nei momenti più bui non si è mai arresa, è rimasta viva e incontenibile nella sua immobilità. Una forza della natura costretta in un fragilissimo guscio di vita.


Ma è Diego Rivera il grande incidente della sua vita. È un amore tormentato, imperfetto, indispensabile. Si girano attorno, si scrutano, si amano. Non possono stare lontani, non possono stare insieme. È un amore tossico, ma che si è rinsaldato con il tempo, le fratture e le separazioni lo hanno reso immortale, invincibile, unico. Un matrimonio, un divorzio, un altro matrimonio ancora. Tradimenti impossibili da contare, l’arte, l’amore per la pittura che li unisce, e poi alla fine l’accettazione, la decisione di adattare l’amore ai loro animi. È così che in una lettera del 1935, Frida, parla del loro amore: «Perché dovrei essere così sciocca è permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate “all’arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani, sono soltanto avventure? In fondo tu e io ci amiamo profondamente per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, porte sbattute, imprecazioni, insulti, reclami internazionali, eppure ci ameremo sempre […] Amami un poco, io ti adoro.»


E come afferma Georges Braque, l’arte è una ferita trasformata in luce. Frida Kahlo e Diego Rivera sono la prova che il dolore umano può diventare un’opera d’arte. E voi non perdetevi questo meraviglioso viaggio attraverso tutte le sue ferite trasformate in luce accecante.


Frida Kahlo. Il caos dentro, a Roma presso il SETSpazio Eventi Tirso, fino al 29 marzo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...