Storia e letteratura, insieme congiunte, non possono non essere una grande potenza. Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini.

A cura di Jessica Martino

74 anni fa, i soldati sovietici entrarono ad Auschwitz. 74 anni fa, l’umanità, anche quella più cieca, vide l’orrore di cui si era macchiata per sempre. Perché certe macchie non si lavano, non vanno via.

Restano, si tramandano, diventano un dovere: quello di espiare una colpa che mai potrà essere riparata, monito incessante, imperativo morale, di noi tutti affinché certi errori mai più si ripetano.

74 anni e lo sterminio del popolo ebreo ci riguarda in prima persona, coinvolti o estranei, così come ci riguarda qualsiasi ghettizzazione o sopruso, di un’umanità una, unica, eppure sempre soggetta a tentativi di spartizione e differenze.

Conoscere la storia per non ripetere la storia. Imparare dal passato per non replicarlo: questo è il dovere che abbiamo. E se la storia è una grande maestra, congiunta alla letteratura, diventano una grande potenza, veicolo di una conoscenza profonda ed emotiva che ci rende tutti più umani.

Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini è un romanzo che mischia la verità della storia, all’emozione delle storie. Un libro da cui si esce tutti un po’ più feriti di prima, consapevoli di prima e per questo anche più umani.

Amara ed Emanuele sono due bambini, due grandi amici, innamorati di un amore dolce e puerile in una Firenze che segue con occhi materni i guizzi gioiosi della loro infanzia, i sogni, gli slanci, i voli. Un’unione, la loro, che si stacca, quando la famiglia di Emanuele decide di fare ritorno a Vienna, pieni di un’ingenuità naïf, per niente intimoriti dalle folle idee Hitleriane e dalla propaganda nazista, convinti che essere una ricca e importante famiglia ebrea gli avrebbe dato l’indennità. Perché aver paura, dopo tutto, diceva sua madre? Suo padre aveva perso un braccio nella battaglia della Kolubara durante la prima guerra mondiale e aveva ricevuto una medaglia d’oro al valore militare dallo stesso imperatore. Erano ebrei, ma ancor prima erano austriaci e a Vienna sarebbero stati più protetti.

L’unione si stacca ma non si strappa. Emanuele le scrive, la tiene aggiornata. Sulle prime, le racconta con minuzia la sua nuova vita a Vienna, lettere piene di nostalgia di lei, di Firenze, e ancora piene del suo candore.

“Cara Amara, la nostra casa dà sulla Schulerstrasse. Al pianterreno c’è un orologiaio dove io mi fermo sempre nell’uscire e nell’entrare. Tutti gli orologi segnano la stessa ora. Non è strano? Anche gli orologi che portano stampigliati i nomi delle città più lontane indicano la stessa ora: Shanghai, Tokyo, New York insieme dicono che sono le tre del pomeriggio. Che ore saranno al tuo orologio? E che ore saranno nella tua testa dove io non ci sono? […] Le mie ore sono ferme a Firenze. Dovrei tornare a prenderle, perché qui ci sono altre ore che non riconosco. Ore che non sono fatte di minuti ma di balzi e strani ritorni indietro. Perché non sei qui con me? Ho tanta voglia di abbracciarti.”

Ma la situazione a Vienna precipita violentemente. La loro casa viene assegnata ad una famiglia “ariana”, e le SS la svaligiano ancora prima di sfrattarli, portandogli via beni, argenteria, gioielli, pellicce, per poi essere deportati al ghetto di Lódz.

“Sono venuti a bussare alle quattro di mattina nella nostra casa di Vienna. Ci hanno dato un’ora per preparare le valigie. Una a testa. Non più di tre in tutto. Ma dove dobbiamo andare? Nessuna risposta. Erano frettolosi e arrabbiati. […] Siamo arrivati sporchi e assetati. Dove? al ghetto di Lódz, ce l’ha detto un altro austriaco sottovoce. Perché proprio qui? nessuna risposta.

Le lettere di Emanuele sono sempre più rare, sempre più cupe e pessimiste, lucide di una cruda realtà che la sua tenera età ha assimilato ancor prima degli adulti, specie sua madre, ancora convinta che presto tutto si risolverà, che è tutto un errore.

La vita al ghetto di Lóds è dura, il cibo manca, servono corpi forti per lavorare. Emanuele lavora anche lui, chi si ammala viene portato via e non torna più, non puoi permettertelo. Le brutture a cui assiste non gli smuovono più niente.

“Sai che non riesco più a sognare? Cosa significa secondo te quando non si sogna più? […] Lui gridava che era capace di lavorare, che aveva solo momentaneamente le mani sanguinanti, ma non gli hanno dato retta e l’hanno issato a forza sul camion. Io lo guardavo dalla finestra. Non ho provato quella pietà che avrei creduto di provare. Non ho provato niente. Forse questo è l’inizio di un grande cambiamento. Mi sto trasformando in una persona di pietra. Ho gli occhi di pietra, ho un cervello di pietra, ho la lingua di pietra e perfino un cuore di pietra. Anche l’amore per te si sta trasformando in qualcosa di gelido e minerale. Un’altra pietra nel piccolo cimitero della memoria.”

Poi l’unione si spezza definitivamente quando di Emanuele si perderà ogni traccia.

È il 1956, Amara è diventata una giornalista e le viene affidato un lavoro di ricerca nei paesi dell’est per degli articoli da pubblicare sul giornale per cui lavora, ma il motivo del suo viaggio diventa un altro: quello di cercare Emanuele che ancora vive nelle lettere che gelosamente conserva e in un quaderno/diario fattole recapitare alla fine della guerra, pieno di monologhi indirizzati a lei.

Comincia così il suo viaggio su quel treno che la porterà in Polonia, a Cracovia, a Vienna fino a Budapest, nel mezzo della ribellione degli ungheresi contro l’oppressione russa. Il viaggio della conoscenza, è questo quello che intraprende Amara, imbarcando anche noi. Conoscenza di fatti, luoghi, personaggi che l’accompagneranno lungo l’ultima fermata: Emanuele.

Emanuele che sarà vivo? Sarà morto? E se è vivo, com’è diventato? E quella ricerca diventa poi anche tua. Vuoi ritrovare quel bambino, sapere che fine ha fatto, se gli è stato concesso di diventare uomo e che uomo è diventato.

La Maraini non si risparmia e non ci risparmia. Pagine nude, dure e crude resteranno sempre scolpite nella memoria. La realtà dei lager nazisti, i soprusi, le umiliazioni, le vessazioni, gli esperimenti condotti su quei corpi martoriati, pagine che si inghiottono, vanno di traverso, ostruiscono, tolgono il respiro.

“Si può morire senza morire? si può perdere se stessi senza perdere il proprio corpo?”

Si può. Dopo aver visto e subito certi orrori, come con la morte, non si torna più indietro.

L’ho visto negli occhi e nelle parole di Sami Modiano, l’uomo di Rodi, sopravvissuto e quindi testimone degli orrori del 900. Sami che dice: Io ho i miei incubi, le mie depressioni, i miei silenzi e mi sono sempre chiesto “perché perché perché?”. E poi ancora “Io non voglio che i vostri occhi vedano mai quello che hanno visto i miei, ragazzi.”

Sami Modiano ha trovato nell’incontro con i ragazzi, nel suo “passare il testimone”, una buona ragione per andare avanti.

Trasmettere la conoscenza per salvare gli occhi del futuro dagli orrori del passato.

Grazie, Sami.

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