Le brutture di una vita non hanno cambiato l’anima di uomo, sempre ricca, fino al suo ultimo respiro, di bellezza, ideali e poesia: Nazim Hikmet

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A cura di Jessica Martino

“Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.”

Questi versi apollinei, sono conosciuti da tanti. È una delle poesie più abusate, condivise: alcuni, forse, l’accostano anche al suo nome, altri nemmeno lo sanno.

Questa poesia tanto celebre arriva dalla delicata e sensibile penna di Nazim Hikmet: poeta, scrittore, drammaturgo, uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna, per averne rivoluzionato la lirica con l’uso dei versi liberi. Ma Nazim Hikmet è stato ancor prima di tutto un uomo che, forte dei suoi ideali anti-nazisti e anti-franchisti, di giustizia sociale, costretto ad espatriare dalla Turchia, la sua patria, per aver pubblicamente denunciato il genocidio armeno, ha trascorso una vita dura, fatta di carcere e amnistie, carcere e amnistie, e nel mezzo esili, persecuzioni, due attentati alla sua vita, a Istanbul, falliti, privato della sua cittadinanza da una Turchia che lo rinnegherà fino a impedire la benché minima circolazione di una sua opera. Costretto a fare il servizio militare nella frontiera russa, a cinquant’anni. Il medico che doveva certificarne la buona salute, gli disse: “un’ora in piedi sotto il sole e sei morto. Ma io ti darò un certificato di buona salute.” E poi ancora… torture.

Testimonianze arrivano da un altro poeta, suo amico, Pablo Neruda: “accusato di aver tentato di incitare l’esercito turco alla ribellione, Nazim è stato condannato alle punizioni più terribili. Mi ha detto che è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano a mezzo metro sopra il pavimento… Il mio fratello poeta ha sentito le sue forze mancare. Resiste con orgoglio. Comincia a cantare, all’inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino ad urlare. Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d’amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune. Ha cantato qualsiasi cosa che la sua mente ricordasse. E così ha vinto i suoi torturatori.”

Con la bellezza, gli ideali, la poesia, una profonda umanità, in lui così radicata, di amore per gli uomini, tutti: così Nazim ha sconfitto i suoi torturatori.

Eppure, leggendo una sua raccolta di poesie, più che a sorprendermi dei suoi versi d’amore, tanto belli e profondi, a commuovermi, a lacerarmi l’anima e a lasciarmi interdetta, sono i suoi versi dedicati alla vita, versi che sono inni, e ancora, quelli dedicati agli uomini, agli uomini che l’hanno torturato, vessato, privato della sua libertà, in una poesia scritta per suo figlio, per insegnargli sempre e comunque l’amore verso l’uomo.

A un certo punto, con le lacrime agli occhi, mi sono chiesta come tanto amore, candore, splendore, potessero provenire da un uomo i cui occhi hanno assistito a così tante brutture, il corpo subito così tante lacerazioni e l’anima così tante umiliazioni?

E la risposta ancora ce l’ho. So solo che Nazim Hikmet è l’esempio vivente di una rara e commovente cristallizzazione dell’anima, che è rimasta trasparente, pulita e intatta, senza rompersi, fino a diventare un’arma, tagliente, nonostante tutto.

Di seguito, alcune delle poesie che più mi hanno scardinata.

Il mio secolo non mi fa paura

“Il mio secolo non mi fa paura,

il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà

il mio secolo coraggioso e eroico.

Non dirò mai che sono vissuto troppo presto

o troppo tardi.

Sono fiero di essere qui, con voi.

Amo il mio secolo che muore e rinasce

un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:

il mio secolo splenderà un giorno

come i tuoi occhi.”

Alla vita

“La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,

senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell’al di là.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

o dentro un laboratorio

col camice bianco e grandi occhiali,

tu muoia affinché vivano gli uomini

gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla é più bello, più vero della vita.”

I tuoi occhi

“I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

che tu venga all’ospedale o in prigione

nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,

sono cosi, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

quante volte hanno pianto davanti a me

son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,

nudi e immensi come gli occhi di un bimbo

ma non un giorno han perso il loro sole;

[…]

“I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

verrà giorno, mia rosa, verrà giorno

che gli uomini si guarderanno l’un l’altro

fraternamente

con i tuoi occhi, amor mio,

si guarderanno con i tuoi occhi.”

La notte

“Una cotonata a quadretti blu copre il tavolo

e sopra, senza menzogne, sorridenti, arditi

stanno i nostri libri.

Sono un prigioniero, madre mia,

che ritorna al paese

da una fortezza nemica.

È l’una di notte

la lampada è ancora accesa.

Al mio fianco è coricata mia moglie

mia moglie

incinta di cinque mesi.

Quando la mia carne tocca la sua

quando le poso la mano sul ventre

il bimbo si muove un poco.

Sul ramo la foglia

nell’acqua il pesce

nella matrice il piccolo dell’uomo.Mio piccolo.

La camiciola di lana rosa

per il mio bambino

l’ha sferruzata sua madre

è grande come la mia mano

con le maniche appena così.

Mio piccolo.

Se sarà femmina

voglio che sia sua madre dalla testa ai piedi,

s’è maschio, che sia della mia statura.

S’è femmina, che abbia gli occhi verde dorato

s’è maschio, azzurri.

Mio piccolo.

Non voglio che a vent’anni t’ammazzino

se sei maschio, al fronte

se sei femmina, dentro qualche rifugio, di notte.

Mio piccolo.

Femmina o maschio

a qualsiasi età

non voglio che tu conosca il carcere

per essere stato dalla parte del giusto

del bello, della pace.

Ma so bene

figlia mia

o figlio mio

che se il sole tarderà molto a sorgere

dalle acque

dovrai combattere e anche…

Insomma oggi, da noi, è un ben duro mestiere

essere padre.

È l’una di notte.

La lampada non l’abbiamo ancora spenta.

Tra mezz’ora forse, forse verso il mattino

la mia casa conoscerà

ancora un’altra irruzione della polizia

e mi porteranno via, prenderò con me qualche libro.

I questurini della politica

mi prenderanno in mezzo

e io mi volterò indietro a guardare:

mia moglie sarà sulla soglia

davanti alla porta

il vento del mattino

gonfierà la sua gonna

e nel suo ventre pesante

il bambino si muoverà un poco.”

Autobiografia (1962)

“Sono nato nel 1902

non sono più tornato

nella città natale

non amo i ritorni indietro

quando avevo tre anni

abitavo Alep

con mio nonno pascià

a 19 anni studiavo a Mosca

all’università comunista

a 49 ero a Mosca di nuovo

ospite del comitato centrale

del partito comunista

e dall’età di 14 anni

faccio il poeta

alcuni conoscon bene le varie specie

delle piante altri quelle dei pesci

io conosco le separazioni

alcuni enumerano a memoria i nomi

delle stelle io delle nostalgie

ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso

ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame

e non c’è quasi pietanza

che non abbia assaggiata

quando avevo trent’anni hanno chiesto

la mia impiccagione

a 48 mi hanno proposto

per la medaglia della Pace

e me l’hanno data

a 36 ho traversato in sei mesi

i quattro metri quadrati

di cemento

della segregazione cellulare

a 59 sono volato

da Praga all’Avana

in diciotto ore

ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel ’24

e il mausoleo che visito sono i suoi libri

han provato a strapparmi dal mio Partito

e non ci son riusciti

e non sono rimasto schiacciato

sotto gl’idoli crollati

nel 51 con un giovane compagno

ho camminato verso la morte

nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte

per quattro mesi sdraiato sul dorso

sono stato pazzamente geloso delle donne ch’ho amato

non ho invidiato nemmeno Charlot

ho ingannato le mie donne

non ho sparlato degli amici

dietro le loro spalle

ho bevuto ma non sono stato un bevitore

ho sempre guadagnato il mio pane

col sudore della mia fronte

che felicità

mi sono vergognato per gli altri e ho mentito

ho mentito per non far pena agli altri

ma ho anche mentito

senza nessun motivo

ho viaggiato in treno in areoplano in macchina

i più non possono farlo

sono stato all’Opera

i più non ci vanno non sanno

nemmeno che cosa sia

e dal ’21 non sono entrato

in certi luoghi frequentati dai più

la moschea la sinagoga la chiesa

il tempio i maghi le fattucchiere

ma mi è capitato

di far leggere la mia sorte

nei fondi di caffè

le mie poesie sono pubblicate

in trenta o quaranta lingue

ma nella mia Turchia

nella mia lingua turca

sono proibite

il cancro non l’ho ancora avuto

non è necessario che l’abbia

non sarò primo ministro

d’altronde non ne ho voglia

anche non ho fatto la guerra

non sono sceso nei ricoveri

nel mezzo della notte

non ho camminato per le vie

sotto gli aerei in picchiata

ma verso i sessant’anni mi sono innamorato

in una parola compagni

anche se oggi a Berlino sono sul punto

di crepar di tristezza

posso dire di aver vissuto

da uomo

e quanto vivrò ancora

e quanto vedrò ancora

chi sa.”

Nel 2002, nel centenario della sua nascita, il governo turco, anche a seguito di una petizione firmata da oltre mezzo milione di cittadini, gli ha restituito la cittadinanza toltagli nel 1951.

Io l’avrei rifiutata, urlando improperi, francesismi e chissà cos’altro, o meglio lo so, ma non lo dico. Ma lui…

Lui l’avrebbe accettata, gli sarebbe scesa una lacrima e avrebbe anche detto: grazie.

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