Giuseppe Ungaretti, una vita marchiata da eventi luttuosi, di cui uno, più di tutti, gli segnò l’esistenza.

A cura di Jessica Martino

“Era burrasca, pioveva a dirotto/ a Alessandria d’Egitto in quella notte.”

La sua vita comincia ad Alessandria d’Egitto, l’8 Febbraio del 1888, con la famiglia emigrata da Lucca.

A due anni, il primo grande lutto: la morte di suo padre, ammalatosi a causa del suo duro lavoro di sterratore al Canale di Suez.

Della sua infanzia il poeta disse

Ho passato l’infanzia in una casa dove la memoria di mio padre manteneva un lutto costante. Non era un’infanzia allegra.”

Arriva la prima guerra mondiale e Ungaretti tocca con mano, in prima persona come fante del XIX battaglione di fanteria i disastri dei conflitti, il dolore, la paura… la morte… dei compagni, dei fratelli, uniti tutti da una paura comune.

Il porto sepolto comincia il giorno di Natale del 1915, primo giorno di trincea per il fante Ungaretti. Versi di guerra scritti su ogni lembo di carta possibile: cartoline, gli spazi bianchi delle lettere ricevute, i margini dei giornali. Un diario che racconta il viaggio nei meandri della guerra, della morte che ti alita addosso, ti dorme accanto o a cui fai la “veglia”.

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

Giuseppe Ungaretti, Veglia

Ma è in Brasile che Ungaretti vive il dramma più buio della sua vita: prima la morte di suo fratello Costantino (1937) a cui dedica Tutto ho perduto, titolo della terza raccolta del poeta: Il Dolore; due anni dopo, l’evento luttuoso, la perdita e il dolore più tragici: la morte di suo figlio Antonietto, di nove anni, per un’appendicite.

La morte di Antonietto fu la cosa più tremenda della mia vita”, scrisse Ungaretti.

Il poeta aveva già sperimentato la stretta vicinanza con la morte: prima quella di suo padre, quella dei compagni di guerra, poi quella di suo fratello. La conosceva, conosceva il dolore che ne deriva, eppure vi è una morte, la più feroce, quella contronatura, che vede un padre seppellire un figlio, una morte che non t’aspetti, che passa un giorno nella tua vita e ti pugnala alle spalle, rendendo tutti gli altri dolori, che credevi le pene più atroci della tua vita, sopportabili e superabili… ma “quella”, non passerà mai.

Da quel dramma lancinante, da quel dolore infinito nasce la più intensa produzione di Ungaretti.

Oggi voglio proporvi quelli che, a mio parere, sono i versi più belli, potenti, e dolorosi di Ungaretti, capaci di bucare le pagine e i cuori: quelli scritto per Antonietto.

Ne ho selezionati quattro.

Buona lettura.

GIORNO PER GIORNO

1

“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”

E il volto già scomparso

Ma gli occhi ancora vivi

Dal guanciale volgeva alla finestra,

E riempivano passeri la stanza

Verso le briciole dal babbo sparse

Per distrarre il suo bimbo…

2

Ora potrò baciare solo in sogno

Le fiduciose mani…

E discorro, lavoro,

Sono appena mutato, temo, fumo…

Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3

Mi porteranno gli anni

Chissà quali altri orrori,

Ma ti sentivo accanto,

M’avresti consolato…

4

Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…

5

Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce

Che in corsa risuonando per le stanze

Sollevava dai crucci un uomo stanco?

La terra l’ha disfatta, la protegge

Un passato di favola…

6

Ogni altra voce è un’eco che si spegne

Ora che una mi chiama

Dalle vette immortali….

7

In cielo cerco il tuo felice volto,

Ed i miei occhi in me null’altro vedano

Quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9

Inferocita terra, immane mare

mi separa dal luogo della tomba

dove ora si disperde

il martoriato corpo…

Non conta… Ascolto sempre più distinta

quella voce d’anima

che non seppi difendere quaggiù…

M’isola, sempre più festosa e amica

di minuto in minuto,

nel suo segreto semplice…

10

Sono tornato ai colli, ai pini amati

E del ritmo dell’aria il patrio accento

Che non riudrò con te,

Mi spezza ad ogni soffio…

11

Passa la rondine e con essa estate,

e anch’io, mi dico, passerò…

Ma resti dell’amore che mi strazia

non solo segno un breve appannamento

se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12

Sotto la scure il disilluso ramo

cadendo si lamenta appena, meno

che non la foglia al tocco della brezza…

E fu la furia che abbatté la tenera

forma e la premurosa

carità d’una voce mi consuma…

13

Non più furori reca a me l’estate,

Né primavera i suoi presentimenti;

Puoi declinare, autunno,

Con le tue stolte glorie:

Per uno spoglio desiderio, inverno
Distende la stagione più clemente!…

14

Già m’è nelle ossa scesa

l’autunnale secchezza,

ma, protratto dalle ombre,

sopravviene infinito

un demente fulgore:

la tortura segreta del crepuscolo

inabissato…

15

Rievocherò senza rimorso sempre

un’incantevole agonia di sensi?

Ascolta, cieco: “Un’anima è partita

dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire

i gridi vivi della sua purezza

che di sentire quasi estinto in me

il fremito pauroso della colpa?

16

Agli abbagli che squillano dai vetri

squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,

tornano al lustro labile d’un orcio

gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,

il grattacielo in vampe delle nuvole,

sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde

si dà che giunga allora nella stanza

e alla freschezza inquieta d’una linea

azzurra, ogni parete si dilegua…

17

Fa dolce e forse qui vicino passi

dicendo: “Questo sole e tanto spazio

ti calmino. Nel puro vento udire

puoi il tempo camminare e la mia voce.

Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso

Lo slancio muto della tua speranza.

Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

GRIDASTI: SOFFOCO

Non potevi dormire, non dormivi…

Gridasti: Soffoco…

Nel viso tuo scomparso già nel teschio,

gli occhi, che erano ancora luminosi

solo un attimo fa,

gli occhi si dilatarono… si persero…

sempre ero stato timido,

ribelle, torbido; ma puro, libero,

felice rinascevo nel tuo sguardo…

Poi la bocca, la bocca

che una volta pareva, lungo i giorni,

lampo di grazia e gioia,

la bocca si contorse in lotta muta…

Un bimbo è morto…

Nove anni, chiuso cerchio,

nove anni cui né giorni, né minuti

mai più s’aggiungeranno:

in essi s’alimenta

l’unico fuoco della mia speranza.

Posso cercarti, posso ritrovarti,

posso andare, continuamente vado

a rivederti crescere

da un punto all’altro

dei tuoi nove anni.

Io di continuo posso,

distintamente posso

sentirti le tue mani nelle mie mani:

le mani tue di pargolo

che afferrano le mie senza conoscerle;

le tue mani che si fanno sensibili,

sempre più consapevoli

abbandonandosi nelle mie mani;

le tue mani che diventano secche

e, sole – pallidissime –

sole nell’ombra sostano…

La settimana scorsa eri fiorente…

Ti vado a prendere il vestito a casa,

poi nella cassa ti verranno a chiudere

per sempre. No, per sempre

sei animo della mia anima, e la liberi.

Ora meglio la liberi

che non sapesse il tuo sorriso vivo:

provala ancora, accrescile la forza,

se vuoi – sino a te, caro! – che m’innalzi

dove il vivere è calma, è senza morte.

Sconto, sopravvivendoti, l’orrore

degli anni che t’usurpo,

e che ai tuoi anni aggiungo,

demente di rimorso,

come se, ancora tra di noi mortale,

tu continuassi a crescere;

ma cresce solo, vuota,

la mia vecchiaia odiosa…

Come ora, era di notte,

E mi davi la mano, fine mano…

Spaventato tra me e me m’ascoltavo:

E’ troppo azzurro questo cielo australe,

troppi astri lo gremiscono,

troppi e, per noi, non uno familiare…

(Cielo sordido, che scende senza un soffio,

sordo che udrò continuamente opprimere

Mani tese a scansarlo)

AMARO ACCORDO

Dagli armoniosi colli

In mezzo a dense discendenti nuvole

I cavalli dei Dioscuri,

Alle cui zampe estatico

S’era fermato un bimbo,

Sopra i flutti spiccavano

(Per un amaro accordo dei ricordi

Verso ombre di banani

E di giganti erranti

Tartarughe entro blocchi

D’enormi acque impassibili:

Sotto altro ordine d’astri

Tra insoliti gabbiani)

Volo sino alla piana dove il bimbo

Frugando nella sabbia,

Dalla luce dei fulmini infiammata

La trasparenza delle care dita

Bagnate dalla pioggia contro vento,

Ghermiva tutti e quattro gli elementi.

Ma la morte è incolore e senza sensi

E, ignara d’ogni legge, come sempre,

Già lo sfiorava

Coi denti impudichi.

TU TI SPEZZASTI

1

I molti, immani, sparsi, grigi sassi

Frementi ancora alle segrete fionde

Di originarie fiamme soffocate

Od ai terrori di fiumane vergini

Ruinanti in implacabili carezze,

– Sopra l’abbaglio della sabbia rigidi

In un vuoto orizzonte, non rammenti?

E la recline, che s’apriva all’unico

Raccogliersi dell’ombra nella valle,

Araucaria, anelando ingigantita,

Volta nell’ardua selce d’erme fibre

Più delle altre dannate refrattaria,

Fresca la bocca di farfalle e d’erbe

Dove le radici si tagliava,

– Non la rammenti delirante muta

Sopra tre palmi d’un rotondo ciottolo

In un perfetto bilico

Magicamente apparsa?

Di ramo in ramo fiorrancino lieve,

Ebbri di meraviglia gli avidi occhi

Ne conquistavi la screziata cima,

Temerario, musico bimbo,

Solo per rivedere all’ilmo lucido

D’un fondo e quieto baratro di mare

Favolose testuggini

Ridestarsi fra le alghe.

Della natura estrema la tensione

E le subacquee pompe,

Funebri moniti.

2

Alzavi le braccia come ali

E ridavi nascita al vento

Correndo nel peso dell’aria immota.

Nessuno mai vide posare

Il tuo lieve piede di danza.

3

Grazia, felice,

Non avresti potuto non spezzarti

In una cecità tanto indurita

Tu semplice soffio e cristallo,

Troppo umano lampo per l’empio,

Selvoso, accanito, ronzante

Ruggito d’un sole d’ignudo.

7 Comments

    1. Era da un po’ che volevo scriverne perché li ritento tra i più belli, profondi e dolorosi della poetica Ungariettana. Sono versi potenti, struggenti. Non riesco a leggere quel “9 anni, chiuso cerchio” senza una lacrime. Felice che tu li abbia apprezzati. Tanto felice.

      Piace a 1 persona

  1. Forse sì, Dino… ma grande parte fa anche la bravura del poeta, capace di far tuoi dolori suoi. Ne parlavo giusto stamattina di quanto la “trasmissione” in termini di emozioni e sentimenti faccia bravo il poeta e lo scrittore. Poi, certamente, ci vuole una certa sensibilità del lettore. Senza quella sensibilità, la trasmissione non può avvenire, perché non vi è apertura. E niente passa attraverso le porte chiuse.

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