“L’amore? È una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.” Dino Buzzati, Un amore

A cura di Jessica Martino

“Sì certo, complessivamente una storia ridicola, una vicenda come tante, banale, storta, comica, meschina. Era tanto semplice capirlo, non poteva che finire così, su, coraggio, buonanotte, a domani, non ne vorrà fare una tragedia spero, raddrizzi il nodo della cravatta piuttosto.”

Un amore, questo è il titolo che Dino Buzzati assegnò a questo suo romanzo del 1963. Un amore, uno tra tanti, simile a tanti altri, perché se come dice ToslojTutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”; nel caso dell’amore, invece, quelli felici sono felici a modo loro, sono quelli infelici ad assomigliarsi.

Cambiano i protagonisti e gli antagonisti, vicende e storie, ma i sintomi degli amori infelici, unilaterali e impossibili sono gli stessi.

Antonio Dorigo è un affermato architetto-scenografo cinquantenne appartenente alla rispettabile borghesia della Milano bene. Disinvolto nel lavoro e insicuro nella vita privata, con le donne, verso cui non è riuscito con la stessa disinvoltura ad approcciarvi e, per questo, si affida a un intermediario tra lui e loro, da anni, come i fedeli coi preti a cercare l’incontro con Dio.

Nel suo caso, è la signora Ermelina, l’intermediaria, veicolo dell’incontro tra due mondi lontani, uomini e donne, professionisti e squillo, piani alti e substrato, che si allineano, avvicinano, uniscono, per mezz’ora, un’ora nel tempio che è la sua casa: lì, l’incontro con Laide.

Lei è Adelaide, Laide, una, nessuna, centomila: ragazza squillo, ballerina alla Scala, ballerina di nightclub, ragazzina, donna vissuta, proveniente dal substrato sociale di Milano, quasi dal sottosuolo, eppure presuntuosa e aristocratica. Laide, inganno e verità, purezza e contaminazione, ovunque e da nessuna parte. Laide di cui Antonio si innamora perdutamente.

Poi c’è Milano, protagonista con Antonio e Laide di questo amore. La parte urbana che non fa da sfondo ma ne è al centro, raccontata minuziosamente, negli anni del boom economico. Una città che assiste, con occhi increduli, come quelli del lettore all’inesorabile struggersi e distruggersi di un uomo fatto, maturo, con un bagaglio di cinquant’anni di vita e di esperienza a pesargli sulle spalle, totalmente in balia di una ragazza di più della metà dei suoi anni, perduto. Prima dominato dagli istinti atavici della carne e poi amore per lei, della persona.

“E non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime che capitavano di quando in quando e duravano un soffio, soltanto allora lui trovava pace.”

Laide diventa la sua mantenuta, un modo, questo, per darle un sostegno economico e assicurarsi l’esclusività. Inizia un vorticoso volo in discesa negli inferi di un amore logorato dai dubbi, dalla gelosia, dall’incertezza, dall’umiliazione, la sofferenza, il dolore di Antonio. Laide è distante, lontana, schiva, eppure un motivo buono ce l’ha, si difende così:

“dovresti capirmi nessuno mi ha mai voluto veramente bene io ho l’impressione che tutti siano dei nemici che vogliono fregarmi e approfittare di me non è colpa mia se la vita mi ha insegnato a diffidare di tutti sì io sono sempre in allarme io sono tutta spine io cerco di difendermi.”

Ma i dubbi lo attanagliano. Laide lo riempie di bugie? Le sue assenze, i suoi viaggi, le giustificazioni che vi dà sono verità o scuse? Ha abbandonato davvero il suo vecchio lavoro e la sua vecchia vita? E i rapporti che intrattiene con gli altri uomini, come quello con Marcello, è così innocente come lei dice? Le beffe e le menzogne sembrano così palesi, scontate, eppure basta che lei parli con quel suo fare sicuro, sdegnoso, arrabbiato per così tanta mancanza di fiducia e Antonio ne è completamente soggiogato e succube. Così che pure il lettore, insieme ad Antonio, è lì sul punto di coglierla in flagrante, sporca della sua menzogna, e poi dubita, le crede, perché, pure se fosse, quanta verità sa metterci in quelle bugie.

Poi, quando meno te lo aspetti, preso, perso con Antonio a inseguire Laide, a chiederti chi è veramente, creatura misteriosa dalla vita misteriosa le cui mura invalicabili tengono fuori Antonio e il lettore, ecco che arriva la morale, come un ceffone in pieno viso, ad aprire gli occhi su un nuovo punto di vista, da Piera, una prostituta.

“Dimmi un po’, hai mai provato a metterti nei suoi panni? Tu sei una ragazzetta che tira avanti alla meno peggio a colpi di marchette. Tu incontri un uomo che dice di essersi innamorato di te e quest’uomo non ti propone mica di sposarti no, perché questo non starebbe né in cielo né in terra. Le convenienze sociali e balle del genere. Lui ti propone di diventare la sua amante fissa e ti offre uno stipendio. Ma tu non sei la sua donna, sei soltanto l’amichetta clandestina, la piccola mantenuta. Non sei ammessa in casa sua, non frequenti le case dei suoi amici, lui conduce una vita a parte, nella sua vera vita, quella che conta, tu non ci metti il naso. Resa l’idea? E adesso mi sai dire come tu, ragazza, gli puoi volere veramente bene.”

Mica ci avevi pensato prima che Piera te lo sbattesse in faccia, che Laide sì, lo tiene ai margini della sua vita, ma che Antonio non ha fatto mai nulla per farla entrare nella sua? Così pieno del malessere di Antonio, che Buzzati, attraverso la sua incredibile prosa, dalla punteggiatura a tratti completamente assente, a rafforzare con segni e parole il turbinio interiore del protagonista che poi, alla fine, diventa anche il tuo turbinio, che no, t’eri perso.

Il potere di questo romanzo risiede nella capacità di ipnotizzare. Le pagine scorrono via veloci, seppur con gli occhi ciechi di Antonio, immedesimato nel suo delirio amoroso, in discesa anche tu negli inferi di un amore malato per scoprire se quel volo terminerà in uno schianto o ci sarà una risalita.

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Più che bello, brutto, meraviglioso, l’aggettivo primo che ben descrive il romanzo è “vero”. Forse perché forte di ispirazione autobiografica, pare che lo stesso Buzzati si sia innamorato di una Laide e che sia ricorso alla scrittura per superare l’esperienza devastante. E “vero” è il miglior complimento che si possa fare a un romanzo.

Tra finzione e realtà, bugie e verità, segreti, misteri, pettegolezzi e misfatti, quel che è certo è che l’amore non ha età, non conosce strati sociali, non si piega al perbenismo bigotto, non si ferma davanti a nulla, altrimenti lo chiameremmo, che so? schiaccianoci e non Amore.

“Del resto cosa ne sa Laide che Antonio è innamorato? non le può passare neppure per la mente, un uomo di ambiente così diverso, un uomo di quasi cinquant’anni. E gli altri? la mamma, gli amici? Guai se sapessero. Eppure anche a cinquant’anni si può essere bambini, esattamente deboli smarriti e spaventati come il bambino che si è perso nel buio della selva.”

4 Comments

  1. Libro letto tutto d’un fiato, snervante per certi versi, ci sono stati dei momenti in cui mi si sono attorcigliate letteralmente le budella, forse proprio perché fortemente “vero”. E’ capitato credo a chiunque, di finire in amori o almeno infatuazioni di questo tipo. L’amore è solo reciproco.

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    1. Ho provato la stessa identica sensazione, come hai detto tu: “ti si attorcigliano letteralmente le budella”. Questo libro lo si può leggere solo di getto, d’un fiato. Dalla prima pagina sei già sotto l’effetto del suo incantesimo.

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    1. Ah sì? non ne sapevo nulla della versione cinematografica. Buono a sapersi, la guarderò.

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