Sopra la bellezza della donna: canoni estetici del rinascimento Italiano. Tutte con folte chiome dorate e pelle chiara? Forse c’era un trucco, o un ricettacolo enciclopedico.

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A cura di Jessica Martino

Dico sempre che la partecipazione dei nostri lettori sia tanto preziosa. Essere, a nostro modo, dei canali di informazione, non ci esime dal non conoscere, o non conoscere in modo approfondito un argomento, o di commettere, talvolta, degli errori. Anche noi apprendiamo attraverso gli utenti che ci seguono, grazie ai loro interventi. A volte sono curiosità in più sull’argomento proposto, il che genera un preziosissimo scambio vicendevole con una delle più belle formule “Do ut des”; altre volte sono delle correzioni, perché, ahimè, siamo umani e anche noi possiamo errare, allora capita che ci correggano una data, un nome, un particolare, ciò significa sostituire nel nostro bagaglio culturale la nozione errata con quella giusta. Altre volte capita che un nostro articolo/post generi delle domande: quale gemma più preziosa del chiedersi “perché?”.

L’input di scrivere questo articolo oggi, arriva proprio da un “perché?” generato da questo ritratto:

Àgnolo Bronzino, Lucrezia Panciatichi, circa 1540. Ritratto di Lucrezia di Sigismondo Pucci, moglie di Bartolomeo Panciatichi, esponente di spicco dell’aristocrazia mercantile filo-medicea

Loredana si chiede come mai la maggior parte delle donne dipinte nel rinascimento avessero chiome biondo/fulve. Se fosse un vezzo degli artisti o corrispondesse al vero.

Pur avendole dato una risposta, ho pensato che la sua domanda fosse molto interessante e che la si potesse approfondire attraverso un articolo.

Dunque, perché?

Bisogna dire che ogni epoca ha avuto i suoi metri e canoni di bellezza a cui con più o meno successo donne e uomini hanno cercato di avvicinarsi.

Prendendo nello specifico come caso analitico il rinascimento italiano, c’è da dire che esiste un vero e proprio trattato sulla bellezza a opera di Agnolo Fiorenzuola, monaco e scrittore italiano, dal titolo “Sopra la bellezza della donna”.

Secondo Agnolo Fiorenzuola:

La donna, per essere definita bella, deve avere: capelli folti, lunghi e di un biondo caldo che si avvicini al bruno; la pelle deve essere lucente e chiara, gli occhi scuri, grandi ed espressivi, con un tocco di azzurro nel bianco della cornea; il naso non aquilino; bocca piccola, ma carnosa; mento rotondo con la fossetta; collo tornito e piuttosto lungo; spalle larghe, petto turgido dalle linee delicate; mani grandi, grassocce e morbide; gambe lunghe e piedi piccoli.

Introdotto quello che fu il manifesto della bellezza femminile del rinascimento, passo ora ad un altro personaggio.

È doveroso citare una donna italiana in cui in questo articolo verrà nominata, coerentemente, in merito all’argomento su cui ci troviamo a discutere: la bellezza, metri e canoni estetici del rinascimento.

Della sua ricca personalità, lascerò fuori molto, ma tengo a sottolineare che la stessa ha avuto un ruolo tanto importante nella scena politica e storica della nostra Italia, decidendone le sorti, in tante occasioni: Caterina Sforza Riario, signora di Imola e di Forlì.

Appassionata di medicina, botanica, e cosmesi, grazie alla sua curiosità, ai preziosi “perché” rivolti a medici, farmacisti e a veri e propri esperimenti da laboratorio da essa stessa condotti, esiste ed è giunto sino a noi Il manoscritto “Experimenti de la Exellentissima Signora Caterina da Furlj matre de lo Illuxtrissimo Signor Giovanni de Medici”: un ricettario, oserei dire enciclopedico, il più completo del XV sec.

454 ricette, di cui: 358 dedicate alla medicina; 66 alla cosmesi e 30 alla chimica.

Tra le ricette dedicate alla medicina, è importante menzionare quella “A far dormire una persona per tal modo che porrai operare in chirurgia quel che vorrai e non ti sentirà et est probatum”. Parliamo dell’anestetico. Lo si può definire tale in quanto la sua composizione è appunto simile a un anestetico. Dalla ricetta della Sforza di fine 1400, è scritto che si ottiene da un mix di oppio, foglie di mandragola, di edera, di cicuta e succo di more acerbe.

Passiamo adesso alle ricette di bellezza, quelle appunto mirate a raggiungere i canoni estetici del rinascimento. È risaputo che carnagione chiara e capelli biondi fossero simbolo di nobiltà, ciò spiega anche perché le donne aristocratiche ritratte all’epoca avessero quasi tutte queste fattezze. Certamente la natura risponde alle sue leggi e non a quelle dell’uomo, pertanto non tutte erano naturalmente chiare.

Caterina Sforza elaborò una ricetta “per far diventare i capelli biondi et belli” composta da foglie di edera e cenere ricavata dai gambi della stessa pianta. Dopo aver fatto bollire il mix, bisognava filtrare l’acqua e lavare la chioma.

Vi era una ricetta anche per “far la faccia bianchissima et bella et colorita” in cui si legge: mescolare dello zucchero con del bianco d’uovo e acqua di bryonia (nome latino Bryonia dioica, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Cucurbitaceae) e con questo miscuglio ci si deve bagnare il viso.

Vi era anche la ricetta per depilarsi: “A far cadere peli che mai più torneranno”: Piglia polvere de botte, farina de lupini, alume de rocca arso et falle bollire con uno boccale de acqua et, come leva el bollire, tolli dal fuoco et colale per feltro et lassa riposare nel vaso per otto giorni; poi bagna una spugna in detta acqua et bagna il loco dove voli pelar più volte e tutti li peli cascheranno e non ricresceranno.

Elaborò anche ricette/metodi per rimodellare le parti del corpo come: “A fare le mammelle piccole et dure alle donne” ed avere così il petto turgido dalle linee delicate descritto da Fiorenzuola: Piglia zusvese, una scudella de succo, et dello aceto bianco più forte come puoi et componi lo succo con lo aceto, poi bagnia pezze di canovaccio in ditta acqua et poni sopra el petto et poni doi tazzette di vetiio sopra pezze che vadano sopra tecte. Lega con una fascia longa, più stretto che poi, et cusi farai piccole dure et el petto bello“.

Queste sono solo un accenno delle tante ricette di Caterina Sforza: donna pronta a combattere con un esercito in prima fila e, allo stesso tempo, studiosa tanto curiosa e appassionata, dedita a un’approfondita conoscenza della botanica, della medicina, della chimica senza trascurare la sua femminilità. Tante delle sue ricette di bellezza erano utilizzate da lei, in prima persona.

Una donna di armi, d’amore e femminilità. Dopo tutto fu ella stessa a pronunciare una frase tanto forte e leggendaria, ad un frate prima di morire: Se potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo”.

E a giudicare da questo dipinto:

La dama dei gelsomini”, presumibilmente proprio un ritratto di Caterina Sforza a opera di Lorenzo di Credi, le sue ricette dovevano proprio funzionare.

Insomma, donne e uomini, ma specialmente le donne in ogni epoca sono state attente alla cura del corpo, a seguire le mode, i canoni estetici. Non senza ricorrere, come avviene oggi, a rimedi e trattamenti di bellezza.

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