Una lettera aperta sul tema dell’aborto.

A cura di Jessica Martino

Sono una donna Italiana, paese che consente ad ogni donna l’aborto, regolato dalla legge 194: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, approvata nel 1978.

È una legge che ha legalizzato gli aborti da molto tempo prima che io nascessi (1994); quando è stata approvata mia madre aveva 6 anni.

Una legge di 22 articoli, di cui riporto:

Articolo 4:

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio- sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

Articolo 5:

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

[…]

Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi autorizzate.

So che se per motivi economici, sociali, o personali, (le ragioni possono essere molteplici e non devono essere necessariamente spiegate) io decidessi che non è il momento in cui voglio che mio figlio nasca, ho la possibilità di scegliere, secondo i miei pensieri, la mia sensibilità, il mio diritto di decidere per me stessa e il mio corpo. So di poterlo fare, inoltre, con il dovuto supporto paicologico, il che è molto importante. Essere seguiti psicologicamente da chi di dovere potrebbe aiutare una donna ad affrontare la difficoltà, ad avere il coraggio di portare avanti la gravidanza e tenere il bambino, o di farlo adottare. O, in ogni caso, di abortire nel modo meno doloroso e difficile possibile.

Se diventare o meno madre o genitori in un dato momento è un problema della donna o della coppia che non riguarda né politica né la chiesa.

Tra l’altro due istituzioni guidate prettamente da uomini.

Una tutela non solo a favore della donna, ma anche del nascituro, il quale, venendo alla luce, potrebbe subire, senza averlo chiesto, una vita non idonea alla sua crescita, al suo sostentamento, alla sua istruzione, o una madre non pronta ad esserlo.

Ciò comporterebbe danni per madre e figlio davvero profondi, forse irreparabili.

Da sempre una lotta tra i “pro-life” e i pro-choice. Uno slogan, quello dei “pro-life”, che mi ha sempre turbata. Come se una donna o una coppia che decide di abortire, o tutte le persone che sono a favore di questo diritto anche senza averne fatto ricorso, fossero contro la vita, contro le nascite. E questo non ha alcun senso.

La chiesa fa appello alla morale, che in questo caso è sinonimo di mero controllo sociale. Una morale che mina la libertà umana: l’aborto, i metodi di contraccezione, amare persone dello stesso sesso. E poi ancora, parlando di “vita”, la fecondazione in vitro, necessaria per avere un bambino quando:

– le inseminazioni artificiali non hanno funzionato;

– la donna soffre di endometriosi severa, con patologie tubariche o bassa qualità ovocitaria;

– l’uomo presenta bassa qualità spermatica;

Etc.

Quella stessa chiesa che da sempre ha contribuito a stigmatizzare il ruolo della donna nella sfera sessuale, ad inculcare nella società quella verginità biblica la quale pretende che tutte le donne siano delle sante, delle madonne.

Sii casta e pura.

Arriva vergine al matrimonio.

Rendendo sporco e profano il connubio donna e sesso, il che a me pare, consentitemelo, una violenza psicologica e una libertà minata, ancora una volta.

La politica fa appello alla chiesa. A cosa servono le campagne pro-life? Semplicemente ad accaparrarsi i voti dell’elettorato con ideologie religiose basate sull’integralismo. Una fetta che conta, che la politica non può permettersi di non avere a proprio a favore.

Il sunto è questo: da un parte c’è una chiesa ormai obsoleta, che cerca di tenere stretti a sé i fedeli con metodi altrettanto obsoleti; dall’altra c’è la politica che fa appello alla morale sostenuta dalla chiesa per assicurarsi una fetta di elettorato.

Parliamo di due parti che altro non vogliono che detenere il potere ed esercitarlo.

L’utero di una donna, la scelta di vita di una donna, il percorso di una coppia, la nascita di un bambino sono espedienti nelle mani di questi due poteri, a cui della vera essenza della causa, poco interessa.

Siamo ormai alla soglia del 2021 e in molti paesi del mondo l’aborto è ancora vietato, o dove non è vietato ha cosí tante limitazioni e restrizioni da rendere la sua pratica quasi impossibile.

E cosí la Polonia che autorizza l’aborto solo in tre casi: quando la salute della donna è in pericolo, quando si verifica uno stupro e quando il feto presenta malformazioni, ne abroga uno.

In Polonia non si può abortire se il feto presenta malformazioni.

Politica e chiesa si avvalgono del diritto di decidere per una madre e un padre. Loro scelgono che la madre o la coppia deve avere necessariamente la forza e il coraggio di affrontare difficoltà e sofferenze legate a malformazioni del banbino, spesso anche gravi, usurpandone la libera scelta.

È inaccettabile, questo viaggio a ritroso, mettere in ombra la causa dell’aborto, seppellirla sotto terra e pensare che non ci sia più. Mentre giù, nei labirinti nascosti dalla luce, le donne continueranno ad abortire, illegalmente. Senza la dovuta assistenza, senza il dovuto supporto.

L’aborto è fondamentale per di diritti delle donne che, in quanto umani, rientra al 100% nei diritti umani. Deve essere un fatto privato, che concerne una donna o una coppia e il medico.

Tutto ciò che ne è al di fuori non ha diritto di decidere.

Né che si chiami chiesa né che si chiami politica.

Pro-life, se la tua morale ti dice che abortire è una cosa che non faresti mai, l’accetto e la comprendo. Nessuno mai ti obbligherà a farlo. Sarei dalla tua parte qual’ora qualcuno ti obbligasse a farlo. Sarbbe orribile. Una violenza. Ma è la TUA morale. Non quella di tutti.

Pro-life, vorrei che tu capissi che essere pro-choice, non significa essere pro-aborto.

Nessuna donna o coppia pianifica di ricorrere all’aborto. Nessuna donna o coppia è felice di farlo.

I sostenitori, me compresa, del pro-choice sperano di non doversi mai trovare di fronte a questa scelta nella vita, neppure di doverla vagliare.

Più che una lotta, dovrebbe esserci un dialogo, una comprensione. Ogni individuo ha la propria storia, le proprie ragioni.

È arrivato il momento di capirsi.

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