La Scapigliatura

Romanzo di Cletto Arrighi

A cura di Nazarena Cortese

La Scapigliatura fu un movimento artistico e letterario che si sviluppò principalmente nell’Italia settentrionale ( in particolar modo a Milano ) negli anni 60 dell’800.

Tale movimento non si riconobbe mai in un manifesto ufficiale, nè tantomeno ebbe vita lunga, dato che fu presto soppresso da correnti letterarie molto più solide.

Gli scapigliati sostenevano di essere dei veri e propri reazionari: si discostavano completamente del secondo romanticismo, ossia quello “languido” e “patetico” di Giovanni Prati e Aleardo Aleardi e ancor di più rinnegavano il ritorno al classicismo di Vincenzo Cardarelli.

Se volessimo accostare gli scapigliati a qualche altra corrente, potremmo definirli dei futuristi sotto certi aspetti: reazionari, rivoluzionari e anche un po’ bohème, proprio come la corrente a cui loro stessi si rifacevano, ossia quella parigina degli artisti “maledetti”.

Il termine Scapigliatura fu introdotto per la prima volta da Cletto Arrighi, anagramma di Carlo Righetti nel suo romanzo “La scapigliatura e il 6 febbraio”.

“In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui d’ambo i sessi v’è chi direbbe una certa razza di gente – fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d’ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l’aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti – i quali – e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per… mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo – meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre. Questa casta o classe – che sarà meglio detto- vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d’indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l’ho battezzata appunto: la “Scapigliatura Milanese”.

Altri esponenti della Scapigliatura da ricordare sono: Arrigo Boito, Iginio Ugo Tarchetti, Vittorio Imbriani.

Una poesia davvero molto interessante e forse una delle più conosciute del movimento degli scapigliati è quella di Arrigo Boito, “Lezione d’anatomia” apparsa sulla Rivista minima il 17 maggio 1874, poi confluita in “Il libro dei versi”.

La poesia tratta dello studio anatomico che viene fatto sul cadavere di una giovane ragazza.

Vengono spiegati minuziosamente tutti i passaggi dell’autopsia; inoltre la ragazza viene decantata poiché candida, sebbene alla fine il poeta si debba ricredere, poiché la giovane risulta essere incinta.

La sala è lugubre
dal negro tetto
discende l'alba,
che si riverbera
sul freddo letto
con luce scialba.

Chi dorme?... Un'etica
defunta ieri
all'ospedale;
tolta alla requie
dei cimiteri,
e al funerale:

tolta alla placida
nenia del prete,
e al dormitorio;
tolta alle gocciole
roride e chete
dell'aspersorio.

Delitto! e sanguina
per piaga immonda
il petto a quella!...
Ed era giovane!
ed era bionda!
ed era bella!

Con quel cadavere
(steril connubio!
sapienza insana!)
tu accresci il numero
di qualche dubio,
scïenza umana!

Mentre urla il medico
la sua lezione:
e cita ad hoc:
Vesalio, Ippocrate,
Harvey, Bacone,
Sprengel e Koch,

io penso ai teneri
casi passati
su quella testa,
ai sogni estatici
invan sognati
da quella mesta.

Penso agli eterei
della speranza
mille universi!
Finzion fuggevole
più che una stanza
di quattro versi.

Pur quella vergine
senza sudario
sperò, nell’ore
più melanconiche
come un santuario
chiuse il suo cuore,

ed ora il clinico
che glielo svelle
grida ed esorta:
«ecco le valvole»,
«ecco le celle»,
«ecco l’aòrta».

Poi segue: « huic sanguinis
circulationi...».
Ed io, travolto,
ritorno a leggere
le mie visioni
sul bianco volto.

Scïenza, vattene
co’ tuoi conforti!
Ridammi i mondi
del sogno e l’anima!
Sia pace ai morti
e ai moribondi.

Perdona o pallida
adolescente!
Fanciulla pia,
dolce, purissima,
fiore languente
di poësia!

E mentre suscito
nel mio segreto
quei sogni adorni...
in quel cadavere
si scopre un feto
di trenta giorni.

NAZARENA CORTESE CONTATTI

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