Margaret Mazzantini: Non Ti Muovere

FONTE IMMAGINE

A cura di Jessica Martino

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Oggi ho deciso di parlarvi della mia scrittrice italiana preferita, attraverso il suo romanzo: Non Ti Muovere. Non chiedetemi se è perché sia il più bello. Non lo so. È difficile scegliere se tra Nessuno Si Salva Da Solo, Venuto Al Mondo, Splendore e Non Ti Muovere ce ne sia realmente uno definibile “più bello dell’altro”; comparativo, questo, che mi suona anche sgradevolmente banale, tra l’altro.

Quando ci si trova di fronte a una scrittrice come Margaret Mazzantini la cui penna funge da bisturi e ogni parola è un’incisione chirurgica profonda; se vi si aggiunge, inoltre, l’arte di sapere aprire, sventrare e analizzare in modo altrettanto chirurgico le relazioni umane, scegliere diventa quasi impossibile.

Questi quattro romanzi sono stati delle vere e proprie operazioni effettuate senza alcuna anestesia, seguiti da dure convalescenze e ogni storia, ogni relazione trattata ha lasciato il suo segno permanente.

Excursus per giungere alla conclusione che questo non è il suo romanzo più bello, ma quello che ha fatto più male. Ecco come si comparano i romanzi di Margaret Mazzantini, adesso lo so: non vanno dal meno bello al più bello, ma dal più sofferente al più devastante. E ora che mi sento meno banale, parliamo pure di Non Ti Muovere.

A Timoteo e a Elsa succede quello che ogni genitore teme dopo il tanto dibattuto acquisto di un motorino: che il figlio non rispetti i patti, che per immatura negligenza non allacci il cinturino del casco e che il destino passi per caso in quel momento, acciuffandolo proprio in flagrante di quella negligenza. Timoteo è un chirurgo e una mattina si ritrova nel suo ospedale, gravemente ferita, sua figlia Angela; mentre Elsa, giornalista, è su un aereo di ritorno da Londra. Da quel momento e nelle ore che seguiranno il lungo e delicato intervento, Timo, per tenere sua figlia legata alla vita e per non soccombere a un dolore e a un’attesa annichilenti, si getta in un monologo disperato in cui si racconta a lei per la prima volta come mai ha fatto neanche da solo con se stesso.

“Ma tu non morire, Angela, non morire prima che tua madre sia atterrata. Non lasciare che la tua anima attraversi le nuvole che lei sta guardando serena. Non tagliare la rotta del suo aereo, resta, figlia nostra. Non ti muovere.”

Ritorna attraverso i ricordi all’incontro che ha irrimediabilmente cambiato la sua vita, avvenuto per caso e senza clamore, prima che lei nascesse: l’incontro con Italia, in una bettola di bar, in un pomeriggio torrido d’estate quando, di ritorno dall’ospedale, è costretto a fermarsi lungo la strada per un guasto all’auto.

Italia è lì, in quel bar, non ha la classe di Elsa, lo stile di Elsa, la bellezza di Elsa, le lancia uno sguardo quasi di disgusto. Lei lo ascolta mentre chiede se ci sia un meccanico nei dintorni, si offre di indicargli dov’è, ma il meccanico è ancora chiuso. Si presta allora per un’altra gentilezza: abita a due passi, ha un telefono da cui può avvisare sua moglie di quel contrattempo. Timoteo segue i passi di Italia con timore, ha paura che quella donna voglia tendergli un’imboscata, portarlo in realtà in un posto dove dei balordi come lei possano derubarlo. Ma Italia lo porta nella sua casa misera, vecchia, cupa così diversa dalla sua bella villa al mare dove Elsa l’attende. Quella squallida dimora lo disgusta tanto quanto l’immagine dozzinale di Italia, sente l’impellente bisogno di andare via il prima possibile.

Fa ritorno alla saracinesca chiusa dell’officina in attesa dell’orario di apertura; poi, per il troppo caldo, torna al bar. Il caldo, l’attesa, un bicchiere di vodka di troppo; ancora il caldo, ancora l’attesa, ancora la vodka, si ritrova a vivere il suo “giorno di ordinaria follia”, trasformandosi da rispettabile chirurgo, brav’uomo, fedele marito in uno stupratore, la cui improvvisa e inaspettata violenta pazzia si scaglia su Italia.

“Così faccio scempio di lei, di me, di quel pomeriggio balordo.”

Per un po’ la mente di Timo si difende da quei ricordi con un’amnesia, poi passa ad incolpare lei in folli processi interiori: vani escamotage per allentare il disgusto che si è impossessato di lui, stavolta indirizzato tutto a se stesso, all’efferatezza del suo gesto, alla sua persona, alla sua vita. Eppure, ancora persevera in errori reiterati. Torna da Italia per scusarsi e ancora la maltratta, tra il disgusto e desiderio di un corpo che lo respinge e lo attrae. Ossimori, contraddizioni, antipodi che si trasformano in un amore profondo, che affiora a poco a poco, da uno squallido seme, in un modo così naturale e allo stesso tempo sconcertante, davanti a un piatto di spaghetti, preparati da Italia con cura e premura. Il piatto più buono che lui abbia mai mangiato.

Timoteo finisce per trovare in quella catapecchia che tanto lo aveva disgustato il calore che mai l’aveva avvolto nella sua fredda e bella casa; e in Italia scopre una donna buona, fragile, sofferta e amabile di un amore che mai aveva provato. E la vita vera diventa quella parallela con la sua amante. La vita è Italia, la sua Gramigna, con cui riesce ad essere se stesso per la prima volta dopo un’esistenza sprecata tra la finzione di una vita borghese apparentemente perfetta, un matrimonio tiepido apparentemente perfetto e una moglie, Elsa, altrettanto perfetta, la cui anima, però, non ha mai sentito affine alla sua.

“Quella con Italia, nei sussurri, nella segregazione, quella era la vita vera. Clandestina, senza cielo, spaventata, ma vera.”

E altrettanto spaventato sarà quell’amore, spaventato sarà Timoteo, tra uno slancio di coraggio e uno di codardia, vittima con Italia della tragicità di un destino che sparge avvisaglie per tutta la durata della loro relazione, fino al drammatico culmine.

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Da questo prezioso romanzo, Sergio Castellitto, marito di Margaret Mazzantini, ne ha tratto un film che è una gemma del cinema italiano. Un cast d’eccezione: Castellitto veste i doppi panni di regista e attore nel ruolo di Timoteo, meravigliosa Penélope Cruz nel ruolo di Italia e Claudia Gerini in quello di Elsa. Un film che vale davvero la pena vedere.

Scrivere di questo libro mi ha causato la deiscenza di vecchie ferite mai guarite. Restano i travagli interiori di Timoteo, gli sbagli per cui l’ho odiato, i patimenti per cui l’ho perdonato. Resta la vita di Angela appesa a un filo. Resta Elsa, tanto intelligente eppure così forzatamente stupida. Ma soprattutto resta Italia, tanto grande e tanto piccola. Tanto forte e tanto fragile. Un personaggio candido che si può solamente amare.

“Lei è rimasta negli odori. E anche adesso, sai, se mi annuso le mani in questa stanza asettica, se schiaccio il naso nel fondo dei miei palmi, io so di trovare il suo odore. Perché lei è nel mio sangue. I suoi occhi galleggiano nelle mie vene, due buchi luminescenti come gli occhi di un caimano nella notte.”

Restano, in fine, tutte le cose che non vi ho raccontato. Perché questa è una storia che è impossibile raccontare in toto. Chiede, necessita di essere letta perché non facile, perché tanto complicata. Difficile da metabolizzare perché Margaret è tanto cruda, eppure facile da comprendere perché Margaret è tanto brava.

Sharing is caring e io l’ho fatto.

Ora, con permesso, vado a leccarmi le ferite.

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